Lippo di Dalmasio

(documentato a Bologna e Pistoia tra il 1373 e il 1410)

La Vergine - San Giovanni Evangelista Dolenti, c. 1390

tempera su tavola, fondo oro, 32 x 23,5 cm (12.60 x 9.25 inches)

  • Riferimento: 815
  • Provenienza: New York, E. & A. Silberman Galleries (1938)
Bibliografia:

F. Massaccesi, Jacopo di Paolo nella pittura Bolognese tra XIV e XV secolo, PhD, Università di Bologna, 2007/2008, p. 98, figg. 4-5
F. Boggi, R. Gibbs, The life and career of Lippo di Dalmasio, a bolognese painter of the late fourteenth century, Lewinston (NY) 2010, pp. 82, 153, n. 34
F. Massaccesi, Lippo di Dalmasio: una Croce nelle Collezioni Comunali d’Arte di Bologna e altre aggiunte, in “Arte a Bologna”, 7/8, 2010/2011, pp. 106-117 (pp. 110-111, figg. 7-8, p. 115, nota 17)
F. Boggi, R. Gibbs, Lippo di Dalmasio “assai valente pittore”, Bologna 2013, pp. 168-169

Fototeca Zeri
nn. 8570-8571

Si ringrazia Daniele Benati per l’aiuto offerto nello studio dei dipinti e per aver confermato il riferimento a Lippo di Dalmasio

 

La Vergine e san Giovanni sono descritti a mezzobusto, con espressioni nel viso che palesano il dolore per la morte di Cristo. Particolare enfasi viene conferita al dettaglio delle mani: la Vergine pare toccarsi il costato – quasi in una traslazione della sofferenza della ferita subita dal figlio –, mentre con la destra indica verso il Salvatore; san Giovanni da parte sua le serra giunte al petto, in un gesto di profonda disperazione.
Le due tabelle sono con ogni evidenza le terminazioni laterali di un Crocifisso, secondo lo schema morfologico più consueto per le raffigurazioni di questo tipo alla fine del Medioevo[1]. La forte gestualità delle figure rimanda a un espressionismo d’indole tardogotica, con l’astrazione metafisica del fondo oro ad accompagnare la rappresentazione degli affetti, improntata invece ad un intenso sentimento di umanità. Assai ricercato, in linea del resto con la tradizione formale della civiltà figurativa del tardo Trecento, è l’uso del punzone nei nimbi: a questo riguardo, proprio il complicato disegno della decorazione a rilievo dell’oro, ha consentito, in ragione del confronto con altre opere note agli studi, l’individuazione della corretta autografia dei dipinti qui in esame.
In una ricerca condotta nel 2011 sulla Croce, già conservata nella chiesa di San Girolamo della Certosa a Bologna e oggi nelle Collezioni Comunali d’Arte di Palazzo d’Accursio, Fabio Massaccesi ha riscontrato come la decorazione a punzone dei nimbi nelle figure dei dolenti sia difatti assolutamente identica a quella delle nostre tabelle[2]. Vi era dunque identità di mano tra opere diverse, fino a quel punto considerate anonime[3], e per le quali lo studioso invece sosteneva con valide ragioni il riferimento comune alla personalità del pittore bolognese Lippo di Dalmasio. In particolare le nostre due cartelle, si trovavano a New York nel 1938, nella galleria appena fondata da Elkan e Abris Silberman sulla East 57th Street. In sede di vendita l’attribuzione, da parte dei due grandi antiquari viennesi, voleva le tavole realizzare dall’artista quattrocentesco Michele di Matteo da Bologna. Non concorda con quest’assunto Federico Zeri, il quale propende per una datazione più precoce – entro la fine del XIV secolo – e per un generico riferimento a un maestro anonimo bolognese[4]. Massaccesi confrontando il Crocifisso delle Collezioni Comunali con quello già in collezione Bacarelli a Firenze – assegnato a Lippo di Dalmasio da Daniele Benati[5] – ne deduce l’identità di mano; e di conseguenza determina l’ampliamento del gruppo stilistico relativo a un maestro noto soprattutto per le immagini devozionali della Vergine col Bambino. L’acquisizione dunque della Croce di San Girolamo quale opera di Lippo, contribuiva a definire la personalità di questo artista in maniera molto più completa di quanto non fosse stato fatto in precedenza. E le tabelle con i Dolenti, associate dal punto di vista formale a quelle suddetta Croce – si guardi soprattutto alla figura di san Giovanni, quasi sovrapponibile a quella analoga nell’opera delle Collezioni Comunali – occorrono quale testimonianza di prim’ordine di un’attività che di certo risultò essere versatile, e che raggiunse il punto culminante nella stagione immediatamente successiva al rientro del pittore a Bologna – da Pistoia – del 1389[6].
Non si conosce la data di nascita di Lippo di Dalmasio: il primo documento che lo riguarda è il testamento del padre – pure lui artista di valore – del novembre 1373; testamento nel quale peraltro sembrerebbe Lippo non aver raggiunto ancora la maggiore età. La madre, Lucia, era a sua volta sorella del grande pittore felsineo Simone di Filippo, detto dei Crocifissi, presso la cui bottega verosimilmente si svolse il tirocinio conclusivo del giovane. A partire dal 1377 Lippo è attivo stabilmente a Pistoia, laddove viene investito di commissioni considerevoli, senza tuttavia mai recidere i contatti con la città natale[7]; nel 1389, da artista affermato, fa ritorno a Bologna intraprendendo nondimeno una carriera politica di successo all’interno delle istituzioni municipali. Nel 1393 gli viene commissionata la tavola per l’altare maggiore provvisorio della basilica di San Petronio, segno della considerazione che il suo nome aveva raggiunto in città[8]. Attorno al 1390 si collocano verosimilmente sia la Croce delle Collezioni Comunali che quella, perduta, di cui dovevano far parte le due cartelle con Dolenti. Nella prima monografia dedicata a Lippo, Flavio Boggi e Robert Gibbs hanno tentato invece di individuare la sopracitata perduta Croce in quella che viene pagata all’artista il 9 maggio 1409 dalla Fabbrica di San Petronio[9]. L’ipotesi è suggestiva, ma, nota Massaccesi, lo stile usato dal pittore nelle nostre tabelle è ancora quello relativamente giovanile[10], dipendente in larga misura dai modelli di Simone de’ Crocifissi – si veda il confronto con i Dolenti della Croce di Simone realizzata per la basilica di Santo Stefano a Bologna attorno al 1375[11] –; nel 1409 Lippo era giunto pressoché al termine della sua parabola (sarebbe venuto meno l’anno seguente), e nelle prove conclusive si dedicava con successo ad una sorta di compendio delle esperienze figurative da lui rielaborate lungo la carriera: un’impronta retrospettiva, solo in parte corroborata dagli stimoli ‘internazionali’ con i quali era venuto a contatto nel cantiere della basilica petroniana, marca dunque le ultime di Lippo, impronta di cui tuttavia nelle nostre tavole non vi è traccia.
Più agevole dunque svincolare gli scomparti in esame dal nucleo – nondimeno piuttosto limitato – delle opere di Lippo oggi riconducibili a una precisa committenza. Come pure per la Croce delle Collezioni Comunali – giunta a San Girolamo della Certosa solo dopo le soppressioni d’inizio Ottocento e da lì passata al Museo Civico Medievale nella seconda metà del secolo –, per le nostre tavole non è possibile postulare una provenienza certa. Solo la ricerca documentaria, in futuro, potrà forse sciogliere le questioni che restano sospese, e che sono relative soprattutto all’attività del pittore dei primi anni ’90. Questa stagione è marcata nondimeno dalla più alta qualità raggiunta dal maestro nella lavorazione dell’oro e nella definizione introspettiva dei profili delle figure: prerogative che risultano limpide nelle nostre tavole, anche in ragione del perfetto stato di conservazione in cui si sono mantenute.


[1] Sull’iconografia della croce dipinta in Italia si rimanda allo studio ormai classico di Evelyn Sandberg Vavalà, nonché ai saggi contenuti in un più recente volume di atti di convegno dedicati al tema: E. Sandberg Vavalà, La croce dipinta italiana e l'iconografia della Passione, Verona 1929; La croce. Iconografia e interpretazione (secoli I – inizio XVI), a cura di B. Ulianich, atti del convegno internazionale (Napoli, 6-11/12/1999), Napoli 2007.
[2] F. Massaccesi, Lippo di Dalmasio: una Croce nelle Collezioni Comunali d’Arte di Bologna e altre aggiunte, in “Arte a Bologna”, 7/8, 2010/2011, pp. 106-117 (in particolare pp. 109-111)
[3] Guido Zucchini attribuiva la Croce delle Collezioni Comunali a Simone dei Crocifissi; Cesare Brandi preferiva un generico riferimento ad una scuola “bolognese – riminese”: C. Brandi, Mostra della pittura riminese del Trecento, catalogo della mostra (Rimini, Palazzo dell’Arengo, 20/6 – 30/9/1935), Rimini 1935, pp. 142-143, n. 56; G. Zucchini, Catalogo delle Collezioni Comunali d’Arte di Bologna, Bologna 1938, p. 77.[4] Le notizie riguardo alla provenienza delle tavole le ricaviamo dalle note a matta aggiunte alle immagini dei dipinti contenute nella Fototeca Zeri: Bologna, Alma Mater Studiorum, Fondazione Federico Zeri, Fototeca: busta 0112 (Pittura italiana sec. XIV. Bologna. Dalmasio, Lippo di Dalmasio, Jacopo di Paolo, anonimi), fascicolo 6 (Anonimi bolognesi sec. XIV 2), schede nn. 8570-8571.
[5] D. Benati, Jacopo Avanzi nel rinnovamento della pittura padana del secondo ‘300, Bologna 1992, p. 129, nota 107. Il dipinto già Bacarelli era ritenuto da Roberto Longhi (comunicazione scritta) opera di Jacopo di Paolo: Sotheby & Co., Catalogue of important old master paintings, various properties, Londra, 3/12/1969, n. 57.
[6] Su Lippo di Dalmasio: D. Benati, voce Lippo di Dalmasio degli Scannabecchi, in Enciclopedia dell’arte medievale, VII, Roma 1996, pp. 729-731; R. Gibbs, Lippo di Dalmasio, in The dictionary of art, a cura di J. Turner, Londra 1996, XIX, pp. 453-454; R. Pini, Per una biografia del pittore bolognese Lippo di Dalmasio (1353 ca. - 1410), in “Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le province di Romagna”, XLIX, 1998, pp. 451-530; R. D’Amico, in Pinacoteca nazionale di Bologna. Catalogo generale, I, Dal Duecento a Francesco Francia, Venezia 2004, pp. 158-165, nn. 48-51; K. Takahashi, Lippo di Dalmasio nella chiesa bolognese di S. Maria dei Servi, in “Strenna storica bolognese”, LVII, 2007, pp. 387-405; F. Boggi, R. Gibbs, Lippo di Dalmasio “assai valente pittore”, Bologna 2013.
[7] Su Lippo di Dalmasio a Pistioia: P. Bacci, Documenti e commenti per la storia dell’arte. Notizie sui pittori bolognesi Dalmasio di Jacopo Scannabecchi e Lippo di Dalmasio, a Pistoia (1359-1389), in “Le Arti”, IV, 1941-1942, pp. 106-113; M. Boskovits, Pittura fiorentina alla vigilia del Rinascimento 1370-1400, Firenze 1975, pp. 151-152, 252 nota 271.
[8] R. D’Amico, in Il tramonto del medioevo a Bologna. Il cantiere di San Petronio, a cura della stessa e di R. Grandi, Bologna 1987, pp. 91-93, n. 4
[9] F. Boggi, R. Gibbs, The life and career of Lippo di Dalmasio, a bolognese painter of the late fourteenth century, Lewinston (NY) 2010, p. 82, nota 11.
[10] Massaccesi cit., 2010/2011, p. 116 nota 17.
[11] G. Del Monaco, Simone di Filippo detto “dei Crocifissi”. Pittura e devozione nel secondo Trecento bolognese, Padova 2018, pp. 109-111, n. 12, tav. XLVIII.

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