Sebastiano Conca

(Gaeta 1680 - 1764 Napoli)

Madonna col Bambino e San Nicola di Bari, 1740 c.

Olio su rame, 26 x 20 cm (10.24 x 7.87 inches)

  • Riferimento: 678
  • Provenienza: Collezione privata
Bibliografia:

Siamo grati al dr. Mario Epifani per avere curato la scheda di questo dipinto

Descrizione:

Questo quadretto su rame è un caratteristico esempio della produzione matura di Sebastiano Conca, appartenendo al buon numero dei dipinti ad olio su rame di soggetto devozionale e di piccolo formato eseguiti dal pittore nell’ultimo trentennio della sua attività, a partire dal quarto decennio del Settecento. Conca, nato a Gaeta nel 1680, si formò – stando alle notizie fornite dai biografi suoi contemporanei – a Napoli, nella vasta bottega di Francesco Solimena. A dispetto delle sue origini e della sua formazione partenopea, la lunga carriera del pittore Gaetano si svolse quasi ininterrottamente a Roma, città in cui egli giunse ormai più che venticinquenne, intorno al 1707. Se si esclude il viaggio in Toscana compiuto tra il 1731 e il 1732, Conca riuscì a costruirsi una solida fama operando costantemente nella città papale, ove si specializzò soprattutto nella produzione di pale d’altare per lo Stato della Chiesa, ma anche per altre città italiane (Palermo, Torino, Pisa, Siena). Il suo nome è fortemente collegato all’Accademia di San Luca, la potente congregazione di artisti di cui fu “principe” per ben due volte, tra il 1729 e il 1732 e poi di nuovo dal 1739 al 1741. Protetto fin dai primi anni romani dal cardinal Pietro Ottoboni, influente patrono delle arti, Conca fu assai richiesto da importanti committenti e collezionisti europei, quali Thomas Coke conte di Leicester, l’arcivescovo di Magonza Franz Lothar von Schönborn, il principe elettore Massimiliano II di Baviera e i re Filippo V di Spagna e Giovanni V di Portogallo. Forte del suo successo internazionale e della sua autorità accademica, il pittore gaetano fu tra i protagonisti della pittura romana del secondo quarto del Settecento; in età avanzata – e con il profilarsi di nuove tendenze più propriamente neoclassiche, sostenute dal pontefice Benedetto XIV Lambertini e ben rappresentate da un pittore come Anton Raphael Mengs – egli fece ritorno in patria, ove proseguì la propria attività fino alla veneranda età di 84 anni, continuando ad eseguire affreschi e pale d’altare per Napoli, per Gaeta e per altri centri del regno borbonico. Fin dagli anni trenta del Settecento – dopo qualche isolata sperimentazione anteriore – Conca produsse con una certa frequenza dipinti di piccolo formato ad olio su rame, tecnica congeniale al preziosismo cromatico della sua pittura, che coniuga la sensualità esecutiva della scuola barocca napoletana a un attento controllo dell’equilibrio compositivo e a una moderata espressione degli affetti. Questa tendenza classicista è in linea con la tradizione che percorre l’arte italiana da Raffaello ad Annibale Carracci e fino a Carlo Maratti, caposcuola della pittura romana settecentesca e imprescindibile termine di confronto per l’opera di Conca. I soggetti di questi quadretti su rame vanno dall’inedita Santa Cecilia (già Londra, Agnew’s) firmata e datata 1733 al Riposo durante la fuga in Egitto della collezione Brinsley Ford, datato 1738; più tardi sono il Sant’Agostino della collezione Pallavicini, datato 1740, e la Madonna col Bambino già in collezione Morandotti, che porta la data del 1764, anno di morte del pittore . Particolarmente ricorrenti negli ultimi decenni di attività di Conca sono i dipinti destinati alla devozione privata raffiguranti la Madonna col Bambino (con l’eventuale presenza di altri santi), la Sacra Famiglia o singole figure di santi. Nel presente dipinto la Vergine offre il Bambino alla devozione di un santo che si accinge a baciarne il piede sinistro. Benché privo di attributi, il santo indossa un omoforio, lunga stola bianca con croci ricamate che ricorre nell’iconografia di san Nicola di Bari e che si ritrova in altri due tele di Conca: la pala destinata alla Santa Casa di Loreto e una tela firmata che raffigura il santo a mezzo busto (già Roma, Finarte). Il vescovo di Myra appare anche in altre due pale d’altare di Conca, ovvero quella della cappella Ruffo in San Lorenzo in Damaso a Roma, databile al 1743, e quella della chiesa di San Nicolò a Foligno, datata 1752 . La stessa fisionomia del santo mantiene una certa coerenza in tutti i dipinti citati, scalati su almeno un decennio di attività: in base a considerazioni stilistiche, è infatti verosimile che la grande tela di Loreto – l’unica opera di Conca in cui il santo vescovo risulti protagonista unico – sia stata eseguita intorno al 1740. Se dunque la resa sgranata e rarefatta delle figure appare in linea con lo stile delle opere prodotte da Conca in età matura, intorno al quinto decennio del secolo, la Vergine riprende in modo palmare la stessa figura da lui dipinta tra il 1721 e il 1725 in una delle due pale eseguite per la chiesa di Sant’Uberto nella Reggia di Venaria Reale, e in particolare quella con la Madonna col Bambino e san Francesco di Sales . Casi analoghi di riutilizzo di soluzioni già sperimentate, anche a distanza di decenni, non sono infrequenti nell’opera di Conca: una volta definito il proprio stile, già a partire dal quarto decennio il pittore restò in linea di massima fedele alle composizioni proposte nelle sue prime opere, al punto che spesso risulta insidioso datare i suoi dipinti sulla base dei soli dati formali. È tuttavia percepibile, al di là dei soggetti e delle composizioni, un’evoluzione stilistica, dalla resa guizzante e dal tono più prettamente rococò dei dipinti anteriori al 1730 fino a quel’“allentamento cromatico” e alla “semplificazione delle forme” già ravvisati da Sestieri nelle opere tarde . Al di là di questa naturale trasformazione stilistica, resta costante nella pittura di Conca la predilezione per la tenerezza degli affetti – evidente, in questo dipinto su rame, nelle espressioni e nei gesti aggraziati delle figure – e per i toni sereni e pacati, accentuati dalla timbrica luminosa e sfumata del colore.

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