Gaetano Gandolfi

(San Matteo della Decima 1734 - 1802 Bologna)

Santa Maria Maddalena in Meditazione

Olio su tela, 58 x 46 cm (22.83 x 18.11 inches)

  • Riferimento: 652
Bibliografia:

D. Biagi Maino, "Rileggendo Diderot", in "Gaetano e Ubaldo Gandolfi: opere scelte", a cura della stessa, catalogo della mostra (Cento), Torino 2002, pp. 16-17, fig. 3

Maria Maddalena, ritratta ancora giovane e col volto segnato dalle lacrime, è descritta nell’atto di leggere le Scritture mentre sorregge con una mano il teschio, strumento canonico di meditazione sulla caducità dell’esistenza. Il romitaggio della Maddalena, iniziato quattordici anni dopo la fine della vita terrena di Cristo, è raccontato nel dettaglio in un passo della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (XCV, III): la penitente, giunta a Marsiglia per intercessione divina dopo essere stata abbandonata dai pagani in una barca senza remi e timone, affinché vi trovasse la morte, trascorre gli ultimi anni di vita dividendosi tra l’opera di evangelizzazione della Provenza e un bramato isolamento dal mondo. Proprio nella grotta in cui aveva scelto di abitare viene raggiunta, al momento del trapasso, dagli angeli che la conducono in cielo con il privilegio dell’assunzione. Il prezioso dipinto qui esposto è opera del pittore bolognese Gaetano Gandolfi, maestro che al pari di Batoni, Tiepolo e De Mura può essere a buon diritto annoverato nel piccolo gruppo dei più grandi artisti italiani del Settecento. La seducente freschezza nella definizione lineare come anche il sottilissimo impiego delle lumeggiature rende la tela un vero e proprio capolavoro, documento della sensualità dell’ultima stagione dell’età barocca. Gaetando Gandolfi era nato a San Matteo della Decima (borgo di San Giovanni in Persiceto) e attorno ai dodici anni si era trasferito a Bologna per seguire il fratello maggiore Ubaldo . Il suo talento non mancò di avere un rapido riscontro nell’ambiente dell’Accademia Clementina, in virtù soprattutto della sua poliedricità d’artista, capace di segnalarsi nella fase giovanile anche come scultore e modellatore di buon livello . Il lungo apprendistato lo fece passare dallo studio dei capolavori della tradizione bolognese a quello dei maestri veneziani. L’amicizia con il mercante Antonio Buratti gli permise infatti di soggiornare per un anno a Venezia, secondo una consuetudine divenuta abituale per i migliori ingegni felsinei dal tempo dei Carracci in poi. Per un giovane pittore, già affermato come virtuoso del disegno, venire a contatto col panorama culturale della laguna nel 1760 voleva dire confrontarsi sia con i grandi testi cinquecenteschi (Tiziano, Tintoretto, Veronese) che con la nuova stagione delle imprese di Ricci, Piazzetta e Tiepolo. Ed è proprio dai maestri del Settecento che Gandolfi pare ricavare il maggior profitto. Se si confrontano le opere eseguite in patria prima di partire, come le tele, peraltro magnifiche, dell’Oratorio del Suffragio a Bazzano, con quelle realizzate subito dopo il ritorno da Venezia, a soli tre anni di distanza, come la Crocifissione già nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Reggio Emilia e oggi alla Galleria Fontanesi , l’impressione è quella di trovarsi di fronte a due maestri diversi: il primo ancora legato alla tradizione degli Incamminati e più in generale ai tanti ‘ritorni’ ai Carracci che hanno segnato la pittura bolognese tra Sei e Settecento (e i dipinti di Bazzano richiamano proprio i lavori di Annibale e Lodovico); il secondo del tutto inserito nella temperie settecentesca, che dimostra quella scioltezza che è cifra comune della pittura europea alla fine dell’ancien régime. Appare evidente che Gaetano – molto più del fratello Ubaldo, che resta un testimone eccellente della vitalità della scuola bolognese fino agli anni ’80 – tendesse a proporsi piuttosto in uno scenario europeo. I suoi riferimenti, assai più dei maestri del Seicento, appaiono Tiepolo ed Amigoni, non a caso i più apprezzati all’estero fra i pittori veneziani di figura. E se tale disposizione trova corrispondenza nelle pale d’altare per Bologna, nelle (poche) opere ad affresco e nei dipinti mitologici la cui richiesta giungeva a Gaetano soprattutto da committenti stranieri, con ancora maggiore chiarezza si può evidenziare nei dipinti ‘da stanza’, spesso d’argomento religioso e ad una sola figura, il genere nondimeno col quale il pittore pare misurarsi più volentieri negli anni 1760-65. La Maddalena qui proposta si inserisce quindi in una serie di opere molto vicine per impostazione ed esiti formali. Il pensiero va di certo verso la Maddalena (Bologna, Collezione privata) esposta una decina d’anni fa in una rassegna a Cento (occasione nella quale veniva resa nota da Donatella Biagi Maino anche la nostra tela) poco più tarda di quella qui presentata, nella quale tuttavia le impressioni veneziane appaiono ricondotte ad un hortus conclusus lineare di marca felsinea. A mio avviso quindi il confronto più agevole è quello con le tele del 1763-64: il Busto di fanciulla (Bologna, Collezione privata) firmato e datato 1763 , il San Pietro penitente passato in asta con attribuzione ad Ubaldo e poi restituito a Gaetano , e soprattutto il bellissimo San Giuseppe col Bambino già di Collezione Lauro a Bologna, in cui torna perfettamente il motivo delle pieghe del risvolto bianco impreziosite da finissimi colpi di pennello di luce dorata . La nostra Maddalena condivide con queste opere non solo caratteri morfologici, ma anche un’infrastuttura ideologica e culturale che è segno di un passaggio d’epoca. Se confrontata ai dipinti di devozione privata della stagione precedente a Bologna (ad esempio quelli di Ercole Graziani presso la cui bottega peraltro Gaetano aveva trascorso un breve periodo di tirocinio all’inizio del decennio precedente) la penitente qui pare vivere una dimensione ontologica molto più ineffabile. La certezza della rappresentazione didascalica dell’epoca segnata dall’azione pastorale a Bologna e a Roma di Prospero Lambertini, salito al soglio pontificio col nome di Benedetto XIV, stava venendo meno. Come ho scritto in altra occasione , nei decenni centrali del Settecento la pittura religiosa a Bologna si nutre di quella “regolata devozione” che Lodovico Antonio Muratori stabiliva essere il miglior atteggiamento del buon cristiano davanti al mistero della fede. La raffigurazione immanente, persino dei miracoli, da parte dei pittori di papa Lambertini (Creti nell’ultima fase, Graziani, Marchesi, Pedretti, Luigi Crespi) seguiva il miraggio di Benedetto XIV di rischiarare la dottrina al lume della ragione illuminista. Quando questo sogno viene meno (in sostanza con la pubblicazione de L’esprit des lois di Montesqiueu nel 1748 e la sua repentina messa all’Indice) la necessità esplicativa della pittura sacra ricomincia a nutrirsi della teoria dei sensi dell’età barocca. I Gandolfi cominciano ad operare in questo nuovo orizzonte di pensiero. Come recentemente è stato detto in un bel contributo sulle pale d’altare del duomo di Vercelli , eseguite da Ubaldo e Gaetano tra la fine degli anni ’70 e l’inizio del decennio successivo, i loro soggetti sacri, e in special modo quelli del più giovane Gaetano, si nutrivano di una poetica intrinsecamente antilluminista, traduzione iconica della posizione di chiusura al nuovo che aveva assunto la chiesa romana a partire dalla metà del secolo. Se ragione e fede correvano su binari diversi e antitetici, tanto valeva abbandonare la didattica del raziocinio e tornare allo stimolo emozionale. Da qui immagini di devozione come la Maddalena esposta, che con le lacrime impresse da prodigiosi colpi di luce sembra parlare alla nostra impulsività, cercando nello sguardo stupito di noi osservatori una sintonia esistenziale che trascenda i valori culturali delle diverse epoche. Se vi era un limite nella dottrina dei lumi, era quello di non riuscire a guardare oltre il proprio tempo, il compiacersi di un eterno presente che nulla aveva a che spartire col passato. La pittura sentimentale di Gaetano Gandolfi, paradossalmente proprio per il suo collocarsi ‘fuori’ dalla storia, in ogni tempo troverà degli estimatori, toccati nell’animo dalla lirica di questo straordinario cantore. FEDERICO GIANNINI 1 - P. Bagni, I Gandolfi: affreschi, dipinti, bozzetti, disegni, Bologna 1992, p. 213. 2 - S. Zamboni, in L’arte del Settecento emiliano. La pittura. L’Accademia Clementina, catalogo della mostra, Bologna 1979, p. 253, nn. 473-474. 3 - D. Biagi Maino, Gaetano Gandolfi, Torino 1995, pp. 343-344, 346, nn. 2-3, 9, figg. 2-3, 13. 4 - L. Ciancabilla, in Gaetano e Ubaldo Gandolfi: opere scelte, a cura di D. Biagi Maino, catalogo della mostra (Cento), Torino 2002, p. 49, n. 3. 5 - G. Zucchini, in Mostra del Settecento bolognese, catalogo della mostra, Bologna 1935, p. 81. 6 - Important and fine old master pictures: the properties of the late Alexander Francis St Vincent Baring, 6th Lord Ashburton, Christie’s, Manson & Woods, Londra, 15/4/1992, n. 51. 7 - D. Biagi Maino, in Il bel dipingere. Dipinti e disegni emiliani dal XV al XIX secolo, a cura di D. Benati, catalogo della mostra, Bologna 2012, pp. 126-129, n. 32. 8 - F. Giannini, Ercole Graziani il Giovane (1688 - 1765): la “Regolata Devozione” nella pittura bolognese del Settecento, Chieti 2007, pp. 41-43. 9 - F. Conti, Motivi antilluministi nella pittura dei Gandolfi a Vercelli, in “Bollettino storico vercellese”, 37, 2008, pp. 35-57.

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