Maestro dell’ Annunciazione Ludlow

(Cattaro 1420 circa - Dubrovnik 1478)

Madonna col Bambino in Trono, c. 1450

Tempera su tavola, fondo oro, 49 x 32 cm (19.29 x 12.60 inches)

  • Riferimento: 817
  • Provenienza: Roma, collezione Antonio Jandolo
Bibliografia:

“Apollo”, XCII, 1970, p. 106
F. Zeri, Un appunto per il Maestro dell’Annunciazione Ludlow, in F. Zeri, Diari di lavoro, I, Bergamo 1971, pp. 50-53 (p. 52, fig. 63)
M. Boskovits, Appunti su un libro recente, in “Antichità viva”, 1971, 5, pp. 3-15 (p. 13, nota 21)
G. Gamulin, Za Lovru Dobricevica, in “Prilozi povijesti umjetnosti u Dalmaciji”, 26, 1986-87, pp. 345-378 (pp. 356-357)

Fototeca Zeri
n. 24274

La Vergine, vestita un sontuoso mantello, siede su un ricco trono marmoreo dalle forme bizantine; il Bambino poggia sulle sue ginocchia mentre questa pare intenta a coprirlo con un sottile velo traforato.
L’iconografia della Vergine Odigitria, di origine costantinopolitana, palesa ancora il suo ascendente in un’opera tuttavia dal carattere meno ieratico e più accostante di quanto non fosse consueto nell’arte bizantina. La posa delle mani, descritte nel gesto affettuoso di porgere il velo sul capo del Bambino, tende a rimarcare il miracolo dell’incarnazione, conducendo lo sguardo dell’osservatore lungo la direttrice che porta dal volto della Vergine a quello del Figlio. La ricchezza delle decorazioni fitomorfe, incise sul mantello aureo, attesta la pertinenza di quest’opera alla temperie del Gotico Internazionale, in un’osmosi di influenze che va dalla miniatura francese all’arte adriatica di primo Quattrocento.
La tavola era conservata nella raccolta dell’antiquario romano Antonio Jandolo[1]. Federico Zeri, che aveva avuto modo di visionarla dal vivo nella galleria di via del Babuino, la inserì nel 1971 nel corpus delle opere dell’anonimo allora conosciuto col nome convenzionale di ‘Maestro dell’Annunciazione Ludlow’[2]. Solo dopo l’individuazione di questa personalità nel pittore Lovro Marinov Dobričević, artista originario della città di Cattaro, nell’attuale Montenegro, ma operoso in gioventù a Venezia e poi a Dubrovnik, il dipinto è stato riconosciuto quale uno dei vertici dell’attività di questo autore, testimone di spicco del tardogotico veneziano lungo le due sponde dell’Adriatico. 
Il problema dell’identità di un maestro certamente di rilievo, tramite a Venezia fra la cultura di Gentile da Fabriano e quella del più anziano dei Vivarini, maestro cui doveva essere assegnata la splendida tavola con l’Annunciazione – già nella raccolta privata di Alice Ludlow nella country house di Luton Hoo in Inghilterra –, aveva richiamato l’attenzione degli storici fin dall’inizio del XX secolo: Evelyn Sandberg Vavalà[3] ritenne che quest’autore potesse riconoscersi nel medesimo Jacopo Moranzone, che firma il polittico con l’Assunzione di Maria fra i santi Elena, Giovanni Battista, Benedetto e Claudia oggi presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia[4]. Bernard Berenson preferiva individuarlo invece nel pittore di origine greca Antonio da Negroponte[5], in ragione della pertinenza del suo stile decorativo con quello palesato da quest’ultimo nella pala, firmata, della chiesa veneziana di San Francesco a Vigna[6]. Roberto Longhi qualche anno più tardi, riscontrando nella sintassi dell’artista “sorprendenti micrografie di lontani”, lo inserisce nel novero dei miniatori veneti occasionalmente prestati alla professione di pittori[7]: a questo proposito suggeriva inoltre il nome di Leonardo di Ser Paolo, nipote di Jacopo Bellini e cugino di Gentile e Giovanni, che viene documentato nella bottega dello zio dal 1431 al 1443. È merito di Federico Zeri quello di aver svincolato l’opera di Luton Hoo dai nomi proposti dalla critica, per isolare invece una nuova personalità di artista, attivo prevalentemente in dipinti di piccolo e medio formato e caratterizzato da uno stile prezioso e allo stesso tempo umoristico, nella resa psicologica estremamente accostante delle figure. A questo artista, identificato nel nome dalla tavola già di proprietà di Lady Ludlow, Zeri assegnava le tavole con Dodici santi, oggi montate arbitrariamente come un polittico presso la Národní Galerie di Praga[8]; e soprattutto un gruppo di Madonne, testimoni a suo avviso dell’attività più matura, sparse tra varie collezioni pubbliche e private. La tavola qui in esame in particolare, secondo il critico si collocava nella fase centrale della carriera del pittore, attorno al 1450 circa, evidenziando riflessi sia di una plausibile formazione sui modelli di Gentile da Fabriano a Venezia, che di un aggiornamento sui primi lavori realizzati da Antonio Vivarini nei territori della Repubblica. È stato infine Grgo Gamulin[9] – riprendendo peraltro un suggerimento di Miklòs Boskovits[10] – ad individuare nelle fonti d’archivio il nome di Lovro Dobričevićquale l’autore del polittico, già postulato da Zeri, cui facevano parte sia l’Annunciazione di Luton Hoo che i pannelli con i Santi oggi a Praga[11]. Risultava evidente come tutto il catalogo riunito da Zeri fosse riferibile dunque a questo artista, noto nondimeno, soprattutto agli storici croati, per una serie di opere lasciate nell’area di Dubrovnik – e più in generale sulla costa tra la Dalmazia e il Principato di Zeta –; opere che erano del resto perfettamente congrue dal punto di vista formale al gruppo assegnato al maestro Ludlow. Sempre Gamulin arricchisce il nucleo di dipinti d’indole devozionale riferibili a Dobricevic: fra questi la tavola già Jandolo assume valore esemplare, in virtù del perfetto stato di conservazione e dell’altissima qualità del disegno, evidente soprattutto nelle decorazioni del broccato del mantello. Rispetto alle opere confrontabili più da vicino – si pensi alla Madonna col Bambino del Museo Civico Amedeo Lia di La Spezia[12] e a quella già a New York presso la Knoedler Gallery, già pubblicate da Zeri, ovvero a quella di collezione Brajcin a Spalato, aggiunta appunto da Gamulin –, la nostra tavola si distingue per un gusto del dettaglio che permea anche la resa minuziosa dei trafori e delle decorazioni del trono; questo, scorciato in profondità secondo l’immaginifica concezione dello spazio che è consueta agli artisti del tardogotico, richiama nelle volute i modelli formali della tradizione costantinopolitana; quasi un segnale delle origini del pittore, nativo di una città, Cattaro, che era stata un porto dell’impero bizantino in età medievale per poi diventare protettorato del regno di Serbia e infine, nel 1420, unirsi finalmente ai domini di Venezia. Fu proprio in ragione di questo passaggio storico che il giovane Dobricevic ebbe modo di andare a formarsi nella laguna, nel momento culminante della stagione del tardogotico: quando ovvero l’eredità delle opere lasciate in Palazzo Ducale da Gentile da Fabriano, attraverso la mediazione di grandi autori come Jacobello del Fiore, Niccolò di Pietro e Michele Giambono, andava a nutrire i presupposti formali di una nuova generazione di artisti, ancora non toccati questi ultimi dalle novità d’ordine prospettico che intanto sopraggiungevano da Firenze. Dobricevic verosimilmente lavorò all’unisono con Antonio Vivarini, in una bottega dal carattere schiettamente internazionale, nella quale al nordico – ma veneziano d’adozione – Giovanni d’Alemagna, si univano giovani virgulti provenienti dalla Dalmazia, come lo spalatino Dujam Vučković, il maestro di Traù Blaž Juriev, lo stesso Dobricevic e il più giovane Giorgio Chiulinovich, detto Schiavone[13]. In questo contesto ciascun artista tendeva a mantenere le proprie prerogative, al punto che è agevole, nei lavori di bottega di Antonio Vivarini, individuare quali fossero gli aiuti volta per volta adoperati dal pittore di Murano. Dobricevic sviluppò a Venezia un carattere chiaramente minuzioso, nel quale riflessi della cultura antiquaria – d’impronta padovana – occorrono come elementi decorativi a stupire l’occhio dell’osservatore. La nostra Madonna, decritta quale visione illusoria ritagliata nell’oro e che risplende in un universo senza ombre, diventa un emblema della cultura gotica, prossima ormai al tramonto, ma ancora capace di lasciare altissime testimonianze della sua persistenza.


[1] La provenienza Jandolo è riportata da Federico Zeri.
[2] F. Zeri, Un appunto per il Maestro dell’Annunciazione Ludlow, in F. Zeri, Diari di lavoro, I, Bergamo 1971, pp. 50-53.
[3] E. Sandberg Vavalà, Il Maestro della Vita della Vergine al Louvre, in “Dedalo”, XI, 1930-31, I, pp. 663-680 (pp. 676-677).
[4] S. Moschini Marconi, Gallerie dell’Accademia di Venezia. Opere d’arte dei secoli XIV e XV, Roma 1955, pp. 31-32, n. 29.
[5] B. Berenson, Italian pictures of the Renaissance. A list of the principal artists and their works with an index of places, Oxford 1932, p. 592
[6] Per questo dipinto si rimanda a N. Pulliero, “Un giardino per Maria”. Note sulla Madonna adorante il Bambino di Antonio Falier da Negroponte, in “Arte documento”, 12, 1998, pp. 226-232.
[7] R. Longhi, Viatico per cinque secoli della pittura veneziana, in R. Longhi, Edizione delle opere complete, X, Ricerche sulla pittura veneta 1946-1969, Firenze 1978, pp. 47-48, n. 29.
[8] O Pujmanovà, Italian painting c. 1330 – 1550. National Gallery in Prague. Collections in the Czech Republic, Praga 2008, pp. 83-84.
[9] G. Gamulin, Za Lovru Dobricevica, in “Prilozi povijesti umjetnosti u Dalmaciji”, 26, 1986-87, pp. 345-378.
[10] M. Boskovits, Appunti su un libro recente, in “Antichità viva”, X, 1971, 5, pp. 3-15. In realtà è lo stesso Boskovits a ringraziare a sua volta Gamulin per il suggerimento, ricavato dal volume dello storico croato Madonna and Child in old art of Croatia (Zagabria 1971). Lo stesso Boskovits in una nota al testo (p. 13, nota 21) si dice “non del tutto convinto” riguardo il riferimento al Maestro Ludlow della nostra tavola, da poco suggerito da parte di Zeri. 
[11] Sull’individuazione del Maestro Ludlow in Dobricevic si veda anche K. Prijatelj, Die Malerei Dalmatiens des 15. und 16. Jahrhunderts, Zagabria 1983; e più recentemente I. Prijatelj Pavičić, Prilog poznavanju Navještenja Ludlow, in Sic ars deprenditur arte. Zbornik u Äast Vladimira Markovića, a cura di S. Cvetnic e M. Pelc, Zagabria 2009, pp. 439-454.
[12] A. G. De Marchi, in F. Zeri, A. G. De Marchi, La Spezia, Museo Civico Amedeo Lia. Dipinti, Milano 1997, pp. 190-192, n. 82.
[13] Sulla bottega dalmata di Antonio Vivarini si rimanda a C. Schmidt Arcangeli, Antonio Vivarini und seine Werkstatt. Tradition und Innovation in zwei vergessenen Altarwerken, in “Jahrbuch der Berliner Museen”, L, 2008, pp. 53-77 (in particolare pp. 66-72)

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