Johann Carl Loth

(Monaco di Baviera 1632 - 1698 Venezia)

Bacco Addormentato

olio su tela, 97 x 80 cm (38.19 x 31.50 inches)

  • Riferimento: 794
  • Provenienza: collezione privata
Bibliografia:

 

A. Scarpa – N. Spinosa “Arte e Vino”, Verona, Palazzo della Gran Guardia, 11 aprile – 16 agosto 2015, n. 73, pag. 290, ill. pag. 150

Descrizione:

Nato a Monaco di Baviera l’8 agosto 1632, Carl Loth si formò inizialmente presso la bottega del padre Ulrico che in Italia era stato allievo del Saraceni, sebbene non vada dimenticato che anche la madre era una rinomata artista, “famosa nelle miniature”, come narra l’Orlandi (1704), tecnica nella quale si cimentò egli stesso, copiando Tiziano e Veronese, con buon successo tra i propri primi committenti. Resosi ben presto autonomo e dopo numerosi spostamenti tra Firenze, Milano e Verona e Venezia, si stabilì proprio in quest’ultima città, dove era stato a partire dal 1655-1660 e dove risulta continuativamente iscritto alla Fraglia dei pittori dal 1687 fino alla morte, che avvenne l’8 ottobre 1698.  

Fondamentale fu per lui l’incontro con Giambattista Langetti, del quale, soprattutto nella sua prima attività veneziana,  riprese i motivi costanti, così come le ombreggiature potenti e la costruzione drammatica  della scena che lo avevano reso principe dei ‘tenebrosi’ veneziani del tempo. 

Attento al tempo stesso alle geniali invenzioni di Luca Giordano, Loth interpretò la lezione langettiana con un vocabolario personale fatto di un verismo schietto e realistico e con una materia veemente, ricca d’ impasti, dove i chiaroscuri si stendono in grandi macchie di colore. Numerose furono le committenze sia ecclesiastiche che secolari, spesso di grandi dimensioni, ma non mancarono le opere da cavalletto che andarono ad arricchire le più prestigiose collezioni.  A partire dai tardi anni settanta il suo legame con il naturalismo ‘tenebroso’ sembra allontanarsi in una maggiore adesione formale agli stimoli del Barocco, nella lettura di Pietro da Cortona, e in una accensione cromatica che sembra percorrere le prime geniali invenzioni riccesche. Il Bacco addormentato qui esposto, databile intorno al 1670-1675, sembra collocarsi proprio alla soglia di questa linea di demarcazione, in quanto pare chiara la sua connessione con le soluzioni compositive e chiaroscurali adottate dall’artista nel Mercurio e Argo della National Gallery di Londra o nel Rebecca ed Eleazaro dell’Ermitage di san Pietrburgo. Il soggetto venne molto apprezzato e di esso il Loth realizzò versioni similari come quella del cosiddetto Palazzo di Caterina-Tsarskova Selo – a Puskin, non lontano da San Pietroburgo, dove la posa più languida sottolineata dal volto e dal braccio abbandonato, rivela una minor tensione emotiva. La versione citata nel 1675 dal Sandrart e che all’inizio del Novecento apparteneva alla collezione Cleer di Monaco è oggi irreperibile e così pure quella, appartenuta alla collezione von Hagedorn di Dresda,  incisa nel 1771 dallo Schultze. 

All’Albertina di Vienna (inv. 3573; Lugt 174; mm 120x100; pennello, inchiostro grigio, lumeggiature a biacca; carta bianca) si trova un disegno legato al nostro dipinto, se non addirittura preparatorio. In esso una figura bacchica, in questo caso barbuta e più matura, stringe a sé un grande ramo cesellato con giochi di putti e una capra, assolutamente analogo a quello che compare nella tela in oggetto. Altrettanto gemelle sono le positure della figura, del braccio e delle mani, che nel dipinto appaiono ancora più rudi e dalle unghie disegnate nel loro contorno con un tratto bruno più scuro e rossastro, cifra tra le più caratteristiche del Loth.

 

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