Michele Marieschi

(Venezia 1710 - 1743)

Il Ponte di Rialto da Sud

56 x 84,7 cm (22.05 x 33.35 inches)

  • Riferimento: 684
  • Note:

    Opera non più' disponibile

Bibliografia:

R. Toledano, Michele Marieschi: Catalogo ragionato, Seconda edizione riveduta e corretta, Milan, 1995, p. 73, no. V.11.d, illustrated. F. Pedrocco in F. Montecuccoli degli Erri and F. Pedrocco, Michele Marieschi: La vita, l’ambiente, l’opera, Milan, 1999, p. 246, no. 27, illustrato

Descrizione:

Il ponte di Rialto a Venezia è descritto dal prospetto meridionale, attraverso la scelta di un punto di vista nel Canal Grande, vicino alla banchina della Riva del Ferro. Il canale è popolato da barcaioli e gondolieri a lavoro, mentre la scalinata esterna del ponte è predisposta, con l’elevazione di strutture di legno a portico, allo svolgersi del mercato delle stoffe. Il dipinto è opera del pittore vedutista veneziano Michele Marieschi, una delle personalità più misteriose e al tempo stesso affascinanti del panorama lagunare nella prima metà del Settecento. Personalità misteriosa perché si muove in modo indipendente e parallelo rispetto alle grandi botteghe dei pittori di vedute; affascinante perché proprio la sua sostanziale estraneità rispetto al Van Wittel dei soggiorni veneziani e a Canaletto lo porta all’elaborazione di una poetica molto personale, lontana dalla scientificità della visione dei suoi maggiori concorrenti. Formatosi secondo Pietro Guarienti , suo primo biografo, presso il padre (anche se si trattò probabilmente solo dell’apprendimento delle prime nozioni, essendo Marieschi rimasto orfano all’età di undici anni), fu per lui decisiva la frequentazione degli scenografi. Il fatto di essere nipote, da parte di madre, di Antonio Meneghini, un pittore di scenografie teatrali di un certo rilievo a Venezia a cavallo fra Sei e Settecento, gli procurò le prime commissioni proprio in qualità di pittore di apparati effimeri, nonché la dimestichezza con l’importante impresario Francesco Tasso . Di certo Marieschi mutuò da quest’ambiente la sapienza nella finzione prospettica dei fondali, come pure un certo gusto per l’illusorio e il pittoresco nella rappresentazione delle figure umane. Non è casuale che i pittori di figura a cui più si avvicinò nel corso della formazione e poi della prima attività furono Sebastiano Ricci e Gaspare Diziani, due formidabili interpreti delle suggestioni del barocco in un’epoca che già tendeva ad un più calibrato senso della misura. Alla filologia di Canaletto, Marieschi rispondeva con la sua fervida fantasia. Si veda il dipinto qui esposto: in questo incantevole frammento di vita quotidiana, le movenze dei barcaioli descritti sembrano calcolate secondo uno studiato contrappunto musicale, quasi si trattasse di maschere su un proscenio di teatro. La luce guizzante sugli abiti o sui berretti rossi dona un carattere di invenzione fiabesca e il ponte stesso, non ritratto frontalmente, ma ‘di tre quarti’, assume l’aspetto di grandiosa quinta scenica. Non stupisce che Marieschi non abbia mai ritratto il ponte di Rialto di fronte, ma nondimeno vi siano innumerevoli redazioni di vedute dal canale, con un punto di osservazione spostato verso la Riva del Vin ovvero verso la Riva del Ferro. Il nostro dipinto in particolare è una delle stesure più alte di una veduta replicata spesso con sottili varianti (Ralph Toledano ne conta sei diverse versioni). A confronto può essere portata la famosa tela del Museum and Art Gallery di Bristol, già di collezione Alfred Aaron de Pass – appena più grande di quella qui esposta – le cui figure sono state talvolta attribuite a Giannantonio Guardi. Per entrambe è stata postulata una realizzazione attorno agli anni 1739-40, nella fase più felice della maturità espressiva del pittore. Anche la tela presentata ha una provenienza inglese, peraltro illustre: si tratta difatti di un’opera già conservata a Ockham Park, la residenza dei Marchesi di Lovelance. È verosimile che a commissionarla a Marieschi fu Thomas, 5th Baron King (1712-1779), grande collezionista di vedute veneziane, la cui raccolta rimase in eredità al suo casato per generazioni, fino all’acquisizione nel 1838 del titolo di ‘Earl’ da parte del suo discendente William, 8th Baron (1805-1893) e alla successiva dispersione della collezione

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