Orazio di Jacopo
(Bologna c. 1385 - 1449 Bologna)
Crocifissione con San Pietro Martire e un Donatore, 1442
tempera su tavola, 52 x 37 cm (20.47 x 14.57 inches)
Orazio di Jacopo
(Bologna c. 1385 - 1449 Bologna)
Crocifissione con San Pietro Martire e un Donatore, 1442
tempera su tavola, 52 x 37 cm (20.47 x 14.57 inches)
Rif: 944
Firmato e Datato
Oracius Jacobi pinxit 1442
Provenienza
Bologna, collezione Gozzadini (1810-1887)
Bologna, eredi Gozzadini, fino al 1906)
Bologna, galleria Rambaldi. lotto 115
Sarzana, collezione Podestà Lucciardi (fino al 1909)
Venezia, collezione Alvise Schio
Collezione privata Genova, 5 marzo 2020, lotto 969 (€ 162,600)
Bibliografia
S. Bottari - C. Volpe, La pittura in Emilia nella prima metà del Quattrocento (dispense universitarie a.a. 1957-1958), Bologna, 1958, pp. 73-76
M. Medica, Orazio di Jacopo, in La Pittura in Italia. Il Quattrocento, a cura di F. Zeri, Milano, 1987, II, p. 720
C. Volpe, Orazio di Jacopo, in La Pittura nell’Emilia e nella Romagna. Raccolta di scritti sul Trecento e Quattrocento, Modena, 1993, pp. 90 - 92, ill. 172
W. Garau, Giovanni Gozzadini (1810 - 1887) e la sua collezione d’arte, tesi di laurea in Storia dell’arte Medievale, Università degli Studi di bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, relatore prof. Daniele Benati, anno accademico 2010/2011, pp. 143-145, Tav. XIX
M. Minardi, Orazio di Jacopo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 2013, vol. 79
V. Mosso, Una tavola poco nota del quattrocento bolognese, in Intrecci d’arte, n. 3, 2014, pp. 5 - 13
Fototeca Zeri
n.28448
Opera dichiarata di Interesse artistico e storico particolarmente importante
Quanto a Orazio di Jacopo, figlio del pittore Jacopo di Paolo, si devono fare i conti con un catalogo di opere sicure alquanto rarefatto da perdite e dispersioni. Iscritto alla Matricola della Società delle quattro arti di Bologna nel 1410, l’artista è ricordato dai documenti per un’attività polivalente che lo vide impegnato non solo come pittore (pagato, come sovente accadeva, per aver dipinto insegne, stemmi, pennoni ecc. in occasione di solennità e di feste civiche), ma pure coinvolto nella realizzazione di mobilio (un armadio ligneo nella chiesa di San Giacomo maggiore nel 1432), e con incarichi di provvisore dei fortilizi e ingegnere della fabbrica di San Petronio. Senza contare le cariche, di responsabilità e d’un certo prestigio, nell’ambito dell’amministrazione comunale felsinei. Sono perduti I due polittici, firmati da Orazio visti da Carlo Cesare Malvasia, uno, segnato con l’anno 1438, nell’infermeria delle donne di Santa Maria della Morte, l’altro del duomo di San Giovanni in Persiceto. Restano la Crocefissione, firmata Oratius quondam Jacobi pinxit, al Museo dell’Osservanza di Bologna (già in San Paolo in Monte dell’Osservanza) alla quale si ritiene conveniente una data di esecuzione di poco successiva la morte del padre, Jacopo di Paolo, occorsa tra il 1429 e il 1430. Si trova in collezione privata l’ultima testimonianza nota dell’attività pittorica di Orazio, la tela con l’immagine di Bernardino da Siena realizzata nel 1445, un anno dopo la morte del francescano, peraltro già circonfuso dall’aureola di santità che gli sarebbe stata riconosciuta dalla Chiesa solo nel 1450, Ricordiamo peraltro l’opinione di Renzo Grandi (La pittura tardogotica in Emilia in La pittura in Italia. Il Quattrocento, Milano 1987, I, pp. 222-239, in particolare p.227) di individuare nella “modesta, ma coltivatissima” Madonna in un paesaggio esposta a Bologna nelle Collezioni Comunali d’Arte lo scomparto principale del polittici di Orazio del 1438 rammentato nel Seicento dal canonico Malvasia (C. C. Malvasia, Le pitture di Bologna, 1686, a cura di A. Emiliani, Bologna 1969, p. 166 e p. 168).
La destinazione d’origine della tavoletta in esame era verosimilmente privata come fanno supporre le piccole dimensioni, ma purtroppo non abbiamo elementi per stabilire l’identità del giovane gentiluomo orante, ritratto ai piedi del Crocifisso, sempre che al suo nome non alludano le iniziali TS intrecciate che sormontano la firma dell’autore. Una testimonianza concreta, dunque, del “pregare in casa” di un committente laico di alta estrazione sociale, come lo si può ricostruire in Bologna, per esempio, in base all’inventario dei beni del defunto Andrea Battaglia del 13 ottobre 1455 che elenca diverse “anchone” (irreperibili) di soggetto sacro su supporto ligneo o addirittura su tela esposte in vari ambienti della sua dimora (C. Cavalca – I. Negretti, Dentro il Rinascimento italiano: le scelte di Andrea Battaglia [Bologna, ante 1431 - 1455], in “Art et Renovatio”, 6[2019], pp. 3-30, in particolare pp. 16-25).
Il nostro dipinto precede dunque di tre anni il San Bernardino già in San Paolo al Monte all’Osservanza di Bologna, ma non palesa ancora, come questo, “il rigore mentale elementare e un po’inerte, che a una data tanto inoltrata segnala l’obiettivo spaesamento dell’artista, in una con l’aspra volontà di semplificazione formale” (Grandi 1987, p. 277). Uno spaesamento indotto dall’inesorabile evolversi in senso propriamente rinascimentale del gusto della committenza bolognese che induceva Orazio a stare al passo coi tempi, senza venir meno al proprio linguaggio ancora legato ai modelli del Gotico tardo, ereditati da suo padre, Jacopo di Paolo, e condivisi con suo cognato, Michele di Matteo. Un tentativo già intrapreso nel dipinto in esame che basterà confrontare con la già citata Crocifissione del Museo dell’Osservanza di Bologna per non trovarvi più così espliciti i riferimenti a Giovanni da Modena, dichiararsi specialmente, in quella tavola, dallo svolgimento ampio e sinuoso dei panneggi, dalle forti accentuazioni espressive dei volti. “Il rigore mentale” indicato da Grandi come peculiare della tela del 1445, a onor del vero lo si coglie già qui, però in forme affatto elementari e men che meno inerti.
