Matthijs Brill

(Anversa 1550 - 1583)

Roma, Veduta del Rione di Borgo, c. 1585

Olio su tela, 65 x 78 cm (25.59 x 30.71 inches)

  • Riferimento: 789
  • Provenienza: Collezione Odescalchi
  • Note:

    Si ringrazia il dr. Mario Epifani per il contributo nello studio del presente dipinto

Descrizione:

Questa veduta costituisce un raro esempio della produzione di dipinti da cavalletto nell’opera di Matthijs Bril, pittore fiammingo noto per il suo vasto impegno come frescante nella Roma di Gregorio XIII (1572-1585). Nato ad Anversa in una famiglia di pittori, si trasferì a Roma intorno alla metà dell’ottavo decennio del Cinquecento; intorno al 1580 e comunque entro il 1582 lo raggiunse il fratello minore Paul (Anversa, 1554-Roma, 1626), che entrò nella sua bottega per poi rilevarla qualche anno dopo, alla sua morte. Avendo già ricevuto una prima formazione dal padre, il paesaggista Matthijs il Vecchio, i due fratelli di Anversa parteciparono alle vaste imprese decorative ad affresco promosse da Gregorio XIII nei palazzi vaticani, ove Matthijs si inserì – stando alle fonti – grazie all’intermediazione del pittore bolognese Lorenzo Sabatini: dalle Logge affacciate sul cortile di San Damaso alla Galleria delle carte geografiche e alla Torre dei venti. Intorno al 1581 si data anche il ciclo di affreschi nel palazzo Orsini di Monterotondo. In questi cantieri la bottega dei Bril si trovò a collaborare con quella del fiorentino Antonio Tempesta, anch’egli specializzato nel paesaggio e nelle pittura di genere, col quale Paul in seguito lavorò di nuovo, almeno fino al 1612. Dopo la morte di Matthijs, Paul proseguì l’attività di frescante durante il pontificato di Sisto V (1585-1590), lavorando negli appartamenti del Palazzo Lateranense e alla decorazione della Scala Santa, per poi affermarsi anche grazie ai suoi paesaggi di piccolo formato (su tela, tavola o rame), destinati al collezionismo privato e assai richiesti da alti prelati della corte pontificia. Ma già al tempo di Gregorio XIII la pittura di paesaggio era riuscita a conquistare spazi fino a quel momento impensabili: nell’ultimo quarto del Cinquecento la nutrita presenza di artisti nordici a Roma favorì una rielaborazione della tradizionale veduta a volo d’uccello in un contesto dichiaratamente italiano, caratterizzato dalla dolcezza del paesaggio e dalla frequente presenza di rovine o edifici, tratti dalla realtà o spesso di fantasia.

Non sono stati finora identificati dipinti attribuibili con certezza a Matthijs, noto solo per la sua produzione ad affresco, oltre che per i numerosi disegni, ereditati dopo la sua morte dal fratello. Si tratta per lo più di vedute di rovine della Roma antica, nella tradizione dei pittori nordici attivi nella città pontificia nella prima metà del Cinquecento, quali Maarten van Heemskerck. L’immediatezza delle vedute di Matthijs sembra suggerire che esse furono disegnate dal vero: simili schizzi dall’antico, come anche le vedute della città contemporanea, erano peraltro funzionali ad arricchire il repertorio della bottega, offrendo infinite soluzioni per i fondali di scene ad affresco stese su ampie superfici. Come per i dipinti, l’attribuzione oscilla spesso tra Matthijs e Paul, data la vicinanza stilistica dei due fratelli, abituati a uniformare il proprio linguaggio nelle grandi campagne decorative da loro condotte insieme. Negli anni in cui si svolse l’attività romana di Matthijs Bril, il paesaggio – soprattutto nella produzione di dipinti per il collezionismo privato – è ancora, di norma, la cornice di una scena di soggetto sia sacro che profano, che però spesso si riduce a un mero pretesto per la rappresentazione di un paesaggio di fantasia, ancorché arricchito da singoli elementi reali. La fortuna di questo genere sul mercato, insieme alla lunga attività di frescante in alcuni dei più importanti palazzi di Roma, fece guadagnare a Paul Bril il titolo di principe dell’Accademia di San Luca, carica che egli ricoprì nel 1620-1621: per la prima volta un simile onore veniva conferito a un paesaggista e a un pittore non italiano.

QuestaVeduta del Rione Borgoè una sorta di capriccio, in cui uno scorcio della Roma tardo-cinquecentesca viene modificato inserendolo in un paesaggio di fantasia, com’era prassi nella pittura di genere largamente praticata dai pittori nordici attivi a Roma sullo scorcio del secolo e come si ritrova spesso anche nei dipinti da cavalletto di Paul Bril. Quest’ultimo, tuttavia, nei suoi paesaggi di fantasia utilizzava più spesso singoli edifici o monumenti della Roma antica; le vedute topografiche della città contemporanea sono più frequenti negli affreschi eseguiti dai fratelli Bril in collaborazione con Antonio Tempesta nei palazzi vaticani intorno al 1580, su commissione di Gregorio XIII. Nelle Logge affacciate sul cortile di San Damaso, decorate tra il 1580 e il 1582, sono presenti riquadri ad affresco che rappresentano la processione che attraversò il centro cittadino per la traslazione delle reliquie di san Gregorio Nazianzeno, l’11 giugno 1580: tra le varie tappe è inserita anche una fedele veduta di Castel Sant’Angelo con sullo sfondo l’ospedale di Santo Spirito in Sassia e la cupola di San Pietro in Vaticano, all’epoca ancora interrotta al tamburo, fin dalla morte di Michelangelo (1564) e prima del completamento ad opera di Giacomo Della Porta, avviato nel 1588 e concluso dal collocamento della lanterna nel 1593 (cfr. Pittiglio 2012, pp. 104-110). A questo affresco corrisponde un disegno di Matthijs conservato al Louvre (L. Pijl in Fiamminghi a Roma 1995, n. 22). Nella veduta qui in esame è chiaramente riconoscibile l’ansa del Tevere che cinge il rione Borgo, con l’ospedale di Santo Spirito in Sassia poco distante dal fiume e alle sue spalle la mole sfumata e verdastra della basilica di San Pietro in Vaticano. In primo piano, al di qua del Tevere, chiude la scena sulla destra un bastione coronato da due stemmi papali in cui è leggibile l’emblema della famiglia Boncompagni, casata di Gregorio XIII. Questo elemento costituisce un termine ante quem per la datazione della veduta, che dovette essere eseguita entro il 1585, anno della morte del pontefice. Tale dato storico è tuttavia contraddetto dalla presenza della cupola, che come si è detto fu completata solo durante il pontificato di Sisto V – e che infatti qui è rappresentata in modo piuttosto generico e incerto; ma del resto diversi altri elementi dichiarano la mancanza di un reale intento topografico in questo dipinto, che ad esempio cancella del tutto un punto di riferimento fondamentale come Castel Sant’Angelo, qui rimpiazzato da un’apertura paesistica verso le montagne azzurrine sullo sfondo.

La veduta può essere ricondotta all’attività di Matthijs Bril a Roma, sulla base di confronti con i suoi affreschi e con i suoi disegni, quali appunto le scene delle Logge di Gregorio XIII: elementi che in seguito si ritroveranno anche nei paesaggi di Paul sono la scansione su tre piani diagonali, la giustapposizione di toni bruni, verdi e azzurri e l’uso scenografico di artefatte zone d’ombra in primo piano, a mo’ di quinta teatrale. Quanto alla possibile committenza di questa rara veduta, un elemento determinante potrebbe essere rappresentato proprio dalla scelta di dare tanto risalto proprio all’ospedale di Santo Spirito in Sassia, l’edificio raffigurato con maggiore aderenza al vero nel dipinto. Negli anni intorno al 1580 la bottega di Mattheijs Bril lavorava alla decorazione ad affresco del palazzo del Commendatore di Santo Spirito, annesso all’ospedale. Tra il 1575 e il 1582 fu commendatore dell’ospedale il bolognese Teseo Aldrovandi: è dunque possibile che tale veduta, a metà strada tra il documento storico e topografico e il paesaggio di fantasia, sia appartenuta a questo membro della corte di Gregorio XIII.

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