Michele Marieschi

(Venezia 1710 - 1744 Venezia)

Venezia, Veduta di Piazza San Marco dalla Torre dell'Orologio, c. 1735

olio su tela, 54,5 x 83,8 cm (21.46 x 32.99 inches)

  • Riferimento: 778
  • Provenienza: Henry Howard, IV earl of Carlisle (1694-1758)
Bibliografia:

A.M. Zanetti, inventario manoscritto dei dipinti di Castle Howard, XVIII secolo
M. Natale, Art venetien en Suisse et au Liechtenstein, Ginevra 1978 p. 184, n. 164
R. Toledano, Michele Marieschi, l’opera completa, Milano 1988, p. 66, n. V. 3.6
D. Succi, Marieschi tra Canaletto e Guardi, Gorizia 1989, pp. 116-119, n. 114
G. Borghero, Mythos Venedig. Venezianische Veduten des 18. Jahrhunderts, Baden 1994, p. 126, n. 55
R. Toledano, Michele Marieschi. Catalogo ragionato, Milano 1995, p. 50, n. V.3.b
F. Pedrocco in F. Montecuccoli degli Erri e F. Pedrocco, Michele Marieschi: La vita, l’ambiente, l’opera, Milano 1999, p. 243, n. 23
D. Succi, Da Canaletto a Zuccarelli. Il paesaggio veneto del settecento, Udine 2003, p. 177
D. Succi, Marieschi. Opera completa, Treviso 2016, pp. 161-164, n. 7

Descrizione:

Condition Report disponibile a richiesta

Piazza San Marco è descritta in tutta la sua lunghezza e magnificenza da un punto di vista sopraelevato, collocato dove all’epoca si trovava il prolungamento delle Procuratie adiacente alla chiesa di San Geminiano – poi distrutta nel 1807 per lasciar spazio all’Ala Napoleonica. Nella piazza si dispongono alcuni nutriti gruppi di gentiluomini e qualche isolato popolano, a significare l’armonia che regna fra i cittadini e allo stesso tempo la tenuta elegante della vita quotidiana a Venezia.

Come hanno ampiamente dimostrato le numerose ricerche d’archivio condotte da Dario Succi[i], la vicenda collezionistica antica del dipinto è di primaria importanza: acquistata a Venezia in un gruppo di diciotto vedute di Marieschi da Henry Howard, IV Earl of Carlisle – con la mediazione nondimeno di un personaggio eccellente quale il conservatore della Biblioteca Marciana Anton Maria Zanetti[ii]–, la tela rimase a lungo presso Castle Howard, la monumentale dimora della dinastia, a poca distanza dalla città di York. Venduta a Londra, con l’intera collezione di Geoffrey Howard, nel 1944, pervenne poi in una raccolta svizzera, e più avanti in una collezione francese.

Il dipinto è stato recentemente analizzato, con risultati sorprendenti, all’infrarosso.

Sono otto le vedute autografe, che furono elaborate da Marieschi secondo tale prospettiva[iii]. A queste si aggiungono due tele assegnate al suo allievo Francesco Albotto e molti altri dipinti indicati frequentemente come opere di bottega o seguaci. Fra le vedute di Marieschi, tutte di dimensioni simili, fatta eccezione per la tela già di collezione Malmesbury più dilatata sull’asse orizzontale[iv]– e che i documenti attestano sia stata dipinta verosimilmente qualche anno dopo le altre –, non è stato mai posto il problema di quale delle tele fosse stata realizzata per prima e dunque costituisse il prototipo della composizione. Ora, l’indagine riflettografica condotta sul nostro dipinto ha svelato due chiari pentimenti– visibili peraltro, ora che la tela è stata pulita e quindi privata di una antica vernice ossidata, pure ad occhio nudo: il primo nella parte sinistra in basso, in prossimità del primo asse del baldacchino, dove il pittore aveva disegnato una figura di popolano, accovacciata a raccogliere da terra un fagotto; il secondo a destra, sempre in primo piano, con due gentiluomini, ritratti nei loro ampi mantelli mentre passeggiano verso sinistra. Il procedimento di lavoro di Marieschi è noto: il pittore studiava a lungo le inquadrature, utilizzando peraltro gli espedienti che gli provenivano dalla sua formazione come scenografo teatrale; tuttavia, una volta scelta ed elaborata la prospettiva, l’artista realizzava diverse redazioni della medesima veduta per il mercato, lavorando direttamente sulla tela e usando sempre gli stessi studi preparatori. La presenza dei pentimentidunque, in definitiva, rende altamente probabile che sia proprio il nostro dipinto il prototipo di questa composizione, replicata nondimeno pure in una famosa incisione, e il cui compimento andrebbe dunque collocato proprio nel 1738, anno del soggiorno a Venezia di Henry Howard[v].

L’altissima qualità dell’opera, e il carattere vibrante – dovuto anche alla consuetudine da parte dell’artista di usare, nelle parti lisce del supporto, la tecnica canalettiana detta comunemente “pittura a ventaglio”, consistente nel fissare colpi di colore a semicerchio usando direttamente l’impressione del pollice sulla tela –, confermano del resto la sua collocazione nella fase dei capolavori giovanili di Marieschi, quando il pittore si avvicina ai modelli di Canaletto: interpretandoli, tuttavia senza rinunciare alla disposizione poetica per il pittoresco, segno peculiare del suo stile e ragione principale del fascino che ancora oggi, a quasi tre secoli di distanza dalla sua morte, esercita su amatori e collezionisti.

 



[i]D. Succi, Anton Maria Zanaetti e la straordinaria collezione di vedute veneziane di Marieschi, Bellotto e Canaletto a Castle Howard, in Id., Marieschi. Opera completa, Treviso 2016, pp. 28-51 (con bibliografia precedente).

[ii]Si veda il catalogo dettagliato delle vedute di Marieschi acquistate da Henry Howard, catalogo redatto da Zanetti in un documento manoscritto oggi conservato presso gli archivi di Castle Howard (doc. J 14/31/2). D. Succi, Bernardo Bellotto nell’ “atelier” di Canaletto e la sua produzione giovanile a Castle Howard nello Yorkshire, in Bernardo Bellotto detto il Canaletto, catalogo della mostra (Mirano, Villa Morosini, 23/10 – 19/12/1999), Venezia 1999, pp. 23-73 (p. 67).

[iii]Succi cit., 2016, pp. 156-164, 171-176, nn. 1-2, 4-8, 14.

[iv]D. Succi, Il fiore di Venezia. Dipinti dal Seicento all’Ottocento in collezioni private, Gorizia 2014, pp. 198-202, n. 136.

[v]D. Succi, Anton Maria Zanetticit., 2016, p. 40.

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