Giorgio de Chirico

(Volos 1888 - Roma 1978)

Piazza d'Italia, 1952

Olio su tela, 43.5 x 56.5 cm (17.13 x 22.24 inches)

  • Riferimento: 609
  • Provenienza: Galleria Mercurio
  • Note:

    Collezione privata

Bibliografia:

C. Bruni Sakraischik, Giorgio de Chirico Catalogo generale, Milano 1973, vol. VIII, n. 1168, illustrato

Exhibition:

Sguardi Sul Novecento. Collezionismo privato tra gusto e tendenza, a cura di Annalisa Scarpa, 27 giugno 30 settembre 2012, Bordighera, Villa Regina Margherita, pag. 36

 

Novecento Italiano. Passione e Collezionismo, 20 ottobre 2012 - 30 gennaio 2013, Bassano Del Grappa, Museo Civico, a cura di Giuliana Ericani, Annalisa Scarpa, pag. 45, 116

De Chirico - De Pisis. La Mente Altrove, a cura di Antonio D’Amico, Domodossola, Palazzo San Francesco, 14 luglio - 31 ottobre 2018, cat. n. 32.

Descrizione:

Firmato in basso a sinistra e sul retro della tela

In questa Piazza d'Italia, già appartenuta alla collezione Mercurio di Milano (Bruni Sakraischik 1973, VIII, n. 1168, ill.), che De Chirico dipinge nel 1952, sono presenti tutti gli elementi cari alla poetica metafisica del pittore, dalla piazza con le architetture e i portici alla statua di Arianna addormentata, dalla presenza dei due uomini che dialogano tra loro al muro, dalla ciminiera al treno. Si tratta di elementi che l'artista declina e riprende nel corso degli anni, anche dopo lunghi intervalli, forgiando un vero e proprio metodo e, soprattutto, lasciandosi sorprendere dalle infinite combinazioni che può ottenere. Tanto è vero che in Hebdomeros del 1929 scrive: "quando avete trovato un segno voltatelo e rivoltatelo da tutti i lati, guardatelo di faccia e di profilo, di tre quarti e di scorcio; fatelo sparire ed osservate quale forma piglia al suo posto il ricordo del suo aspetto" (De Chirico 1929, p. 94). Tutte le composizioni di De Chirico sono dominate dal ricordo di un luogo o di un momento e sono sospese tra realtà e sogno. In particolare, la Piazza d'Italia, originata in seguito al suo soggiorno a Torino nel 1912, accentua questa sensazione, come si può vedere anche nella versione qui presentata, grazie a un'atmosfera di mistero e di attesa che permea tutto lo spazio, conferendogli una dominante di silenzio solenne, esaltato persino dall'ombra lunga che proiettano l'architettura, la statua e i due uomini. L'artista, a proposito delle sue Piazze d'Italia, e dunque del ricordo come elemento cardine che contengono in nuce, così scrive nel 1925: "avevo ancora in mente la capitale piemontese; la città monarchica con le sue piazze abitate da scienziati e re, da politici e da guerrieri, fermi in pose stanche e solenni sui loro piedistalli di pietra, avevo ancora in mente tutto lo strano lirismo della sua fatale costruzione geometrica" (in Robinson 2017, p. 72). É evidente che ancora a distanza di tanti anni, anche in questo capolavoro maturo, l'artista ha spogliato di realtà ogni elemento, raggiungendo un equilibrio cromatico e formale di grande raffinatezza ed eleganza, un lirismo che fissa ogni cosa in uno spazio senza tempo, spettrale, in cui vengono esaltati i valori simbolici e segnici di tutto ciò che compone l'opera. Tra l'altro, seppur raccontando la genesi di un altro suo capolavoro, L'énigme d'un après-midi d'automne del 1910, che però in qualche modo può rappresentare la genesi delle successive Piazze d'Italia, si evince come la dominante del ricordo di un luogo è per De Chirico determinante ed è la molla che gli consente la creazione delle sue opere: "In mezzo alla piazza si eleva una statua che rappresenta Dante vestito di un lungo mantello che stringe la sua opera al corpo e piega verso il basso la testa pensierosa coronata di lauro. La statua è in marmo bianco; ma il tempo le ha dato una tinta grigia molto piacevole a vedersi. Il sole autunnale, tiepido e senza amore, rischiarava la statua e la facciata del tempio. Allora ebbi la strana impressione di vedere tutto per la prima volta. E mi venne in mente la composizione del mio quadro; e ogni volta che lo guardo rivedo questo momento: tuttavia per me il momento è un enigma, perché è inspiegabile. E anche l'opera che ne risulta mi piace definirla un enigma" (ivi, p. 34). La struttura architettonica ad archi, che si rintraccia per la prima volta nell'Enigma dell'ora del 1911, e che in questa tela circoscrive e delimita i due lati della piazza, è per De Chirico la metafora dell'eterno presente, in quanto elemento che riunisce in sé concretezza e astrazione, pieno e vuoto, interscambio di interno ed esterno, proiezione di luce e ombra. Non solo, l'architettura è per l'artista una sorta di "giocattolo misterioso, di cui le finestre e le porte sembravano occhi e bocche. L'edificio diviene così il primo vocabolo, la prima metafora plastica, e suggerisce che in tutte le cose vi è uno scheletro, un'architettura segreta che ne costituisce l'anima e la vita e che si può scoprire liberando le forme dal naturalismo e dal transitorio" (Baldacci 1997, p. 96). Tra le due architetture si staglia silente e solitaria la statua di Arianna addormentata; come è stato ricordato, "le "Arianne" del periodo neometafisico", come nel quadro in questione, "variano ancora il canone: la statua non perde certo valore simbolico, ma il pennello tratteggia i lineamenti e le membra in modo più veloce. Non interessa tanto soffermarsi sui dettagli pittorici, quanto sulla 'forma" (M.T. Cattaneo, in Il grande metafisico 2004, p. 70). Una "forma" femminile che si contrappone all'elemento fallico maschile della ciminiera che si erge sullo sfondo oltre il muro, altro simbolo caro a De Chirico che solitamente l'adopera con un significato ben preciso. Infatti, l'al di là del muro è la sede dei misteri che stanno oltre la vita, è lo spazio degli enigmi, dei viaggi e delle rischiose avventure della mente", dove infatti si trovano le montagne assolate e brulle, il treno come sinonimo di viaggio e un agglomerato di case sparse intorno alla ciminiera. "Al di qua di esso, invece, in mezzo al rebus delle ombre e nell'insensato gioco della vita si materializza il turbamento degli uomini attenti alle voci dei presagi e curiosi del mistero che sta oltre il limite dell'universo visibile', segnato dal muro" (Baldacci 1997, p. 119). In questa superlativa Piazza d'Italia, tra gli ultimi capolavori di Giorgio de Chirico, tutto è sospeso e avvolto nel mistero dell'enigma, in un metafisico senso del tempo e delle cose.

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