Gerolamo Induno

(Milano 1825 - 1890)

Il Venditore Ambulante

Olio su tela, 44 x 57 cm (17.32 x 22.44 inches)

  • Riferimento: 632
  • Provenienza: Collezione Bernasconi, Mendrisio, Svizzera
  • Note:

    Opera non disponibile

Descrizione:

Firmato e datato 1879 Al termine di una scala di pietra coperta di neve, poco lontano da un borgo – si scorge nella nebbia la facciata di una chiesa e un campanile – una bambina che porta avvolti nel grembiule piccoli ramoscelli di legna, sta indicando la strada ad un venditore ambulante. Questi, abbigliato in modo umile, reca sottobraccio un cavalletto da pittura e in spalla una cassa a due scomparti decorata a rilievo nella zona superiore con un’immagina sacra. La tela, prezioso documento di quel realismo domestico che nella seconda metà dell’Ottocento ispirò la migliore pittura italiana, è firmata sulla destra, all’altezza della balaustra della scala, da Gerolamo Induno e riporta la data 1879. Si tratta dunque di un’opera della fase tarda di uno dei più grandi artisti italiani del XIX secolo, forse l’autore nella cui vicenda poetica e umana meglio si può riassumere la storia del nostro Risorgimento, dalla lotta per l’unità al tradimento degli ideali dei patrioti e alla vittoria della strategia dinastica di Cavour rispetto alle illusioni dei giovani militanti. Gerolamo Induno, milanese, nato nel 1825, insieme al fratello maggiore Domenico, anche lui pittore, partecipò alle Cinque Giornate nel ‘48, alla difesa di Roma l’anno successivo, alla guerra di Crimea e alle imprese di Garibaldi, divenendo da subito il cantore dell’epos di quella fase storica, capace di narrare la gloria delle grandi battaglie (con le grandi tele dedicate alle vittore della Cernaja, di Magenta e di Palestro) come il dolore privato delle vittime (la celebre Trasteverina uccisa da una bomba della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma) o il travaglio della separazione dei soldati dai loro affetti domestici (le tante Partenze, o le Lettere dal campo). Giunto ad essere il pittore ufficiale del mito della nazione, autore negli anni ‘60 delle effigi dei protagonisti, da Garibaldi a Vittorio Emanuele, Induno diventa però a quel punto testimone del mutamento dell’umore degli intellettuali, del passaggio quindi dal fervore di rinnovamento sociale e civile alla disillusione e alla malinconia dell’unità raggiunta, eppure vista già come “rivoluzione mancata”. Dopo aver realizzato la tela con La morte di Enrico Cairoli a Villa Glori nel 1868, Induno abbandona la pittura di storia per dedicarsi a soggetti di genere, ritratti e soprattutto scene popolari. Il disincanto lo porta ad indirizzare il suo sguardo verso i ceti che erano stati investiti dalla storia del Risorgimento senza esserne consapevoli né in alcun modo partecipi: protagonisti della sua arte diventano facchini, servi, cuoche, vecchie addormentate sedute, filatrici e venditori ambulanti. E se i bambini nei dipinti di guerra erano testimoni – e talvolta protagonisti – dell’eroismo e del sacrificio per la nazione, ora sono piuttosto l’espressione di uno stupore e di un candore morale che l’artista ravvisava quale caratteristica del popolo. La bambina che indica la via al venditore e che intanto porta a casa la poca legna per accendere il fuoco è la ‘sorella minore’ della ragazza che porta i secchi pieni d’acqua in Al pozzo (Trieste, Museo Revoltella), individuata anche come Cosette de I miserabili – e il dipinto si colloca tre anni prima di quello qui esposto – o ‘cugina’ della bimba piangente nel Salvataggio del cagnolino (già Montecatini Terme, Bottega d’arte). Nel microcosmo intimo e accostante di Induno i bambini partecipano alle faccende di casa e rivelano gli affetti più genuini. Fuori dalla guerra l’umanità trova espressione nei piccoli gesti del quotidiano e il contesto ambientale, in cui a dominare è quasi sempre il silenzio, appare protagonista di questo racconto minuto che sembra tratto dalle pagine di Fogazzaro. Non è un caso che Induno in questa fase mantenga uno stile caparbiamente inattuale: se i suoi racconti sono fuori dal tempo anche il suo stile deve restare immune dal rinnovamento della macchia come dalle suggestioni che allora giungevano da Parigi. L’adesione a questo tipo di forme costò al pittore feroci critiche (Camillo Boito affermava che la sua era “un’arte a fior di pelle, in cui lo stile diventa maniera, anzi manifattura”), cui però Gerolamo sembra non prestare ascolto. Ed è una sottile incongruenza lirica considerare come proprio l’autore che meglio aveva incarnato l’ideale della pittura di storia, una volta superati i cinquant’anni, avesse scelto di collocarsi fuori dalla storia della pittura, ormai orientata, in Italia e in Europa, oltre i confini dell’elegia, verso la sistematicità della visione impressionista.

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