Andrea Appiani

(Milano 1754 - 1817 Milano)

Ritratto di Gentildonna (probabilmente Francesca Lechi), c. 1800

olio su tela, 24,1 x 19,3 cm (9.49 x 7.60 inches)

  • Riferimento: 797
  • Provenienza: collezione privata
  • Note:

    Desideraimo ringraziare il prof. F. Mazzocca per avere confermato l'attribuzione ad Andrea Appiani

Descrizione:

Una nobildonna è ritratta di tre quarti, col capo tuttavia orientato in direzione opposta rispetto al busto: la posa, che tende i muscoli del collo, conferisce movimento e vibrazione sentimentale alla figura; vibrazione che del resto viene evidenziata pure dalla profondità dello sguardo vivido, rivolto verso destra.

L’individuazione del personaggio, descritto in questa piccola e preziosa tela, è stata resa possibile in ragione del confronto con un dipinto celebre, una delle opere più rappresentative della stagione nel Neoclassicismo a Milano e in Italia settentrionale: il Ritratto di Francesca Ghirardi Lechi, realizzato da Andrea Appiani nei primi mesi nel 1803, e conservato a lungo in quel luogo simbolico della cultura e della storia ambrosiana che è stata, e in parte resta, la raccolta d’arte della famiglia Trivulzio (oggi il dipinto è a Milano, in collezione privata). L’identità, non solo della fisionomia dell’effigiata, ma anche della posa – anche se qui lo sguardo non rivolto all’osservatore fa emergere molto di più il carattere di sensuale istantanea che viene conferito al ritratto –, nonché l’evidente attinenza formale dei due dipinti, ha permesso a Fernando Mazzocca di assegnare ad Appiani pure la nostra tela, probabilmente riferibile a qualche anno prima rispetto all’opera finora nota: a testimonianza di una lunga dimestichezza fra il pittore e la gentildonna, che nondimeno viene largamente confermata dai documenti.

Dagli appunti manoscritti del letterato Francesco Reina – già membro del Gran Consiglio della Repubblica Cisalpina e amico personale sia di Appiani che di Francesca Lechi –, sappiamo difatti che il pittore si era dedicato una prima volta al ritratto dell’aristocratica bresciana nell’anno 1800, quando questa animava il salotto di un personaggio eminente quale il ministro straordinario del Governo Francese a Milano Claude Louis Pétiet. Di questa prima redazione, condotta all’unisono con l’immagine dello stesso Pétiet e della moglie, non abbiamo notizia; ma è importante notare come Appiani, subito dopo la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) e la rinascita nella Repubblica Cisalpina ad egemonia francese, fosse diventato d’un tratto il pittore ufficiale del nuovo establishment – oltre che al ritratto perduto della Lechi e a quello dei coniugi Pétiet, sempre in quell’estate di fermenti rivoluzionari si dedicò all’immagine ufficiale di Francesco Melzi d’Eril, vero dominus della stagione repubblicana milanese –; e come di questo nuovo establishment facesse parte integrante la giovane Francesca, all’epoca non ancora trentenne, ma già protagonista di primo piano della politica, ed emblema della nuova partecipazione femminile agli ideali di libertà e uguaglianza (anche fra i sessi), vittoriosi in Francia nel 1789.

Francesca ‘Fannie’ Lechi era nata a Brescia nel 1773, settima figlia del conte Faustino e di Doralice Bielli: educata in collegio a Salò, a soli vent’anni si unì in matrimonio con Francesco Ghirardi – all’epoca quarantenne –, avvocato fiscale ed emissario della Serenissima Repubblica di Venezia. Il carattere risoluto e ribelle, che accompagnava la sua folgorante bellezza, la portò presto a scandalizzare l’aristocrazia cittadina: Francesca cavalcava in abiti maschili, vestiva alla moda dei giacobini, e quando Napoleone giunse a Brescia, durante la Campagna d’Italia del 1796, lei partecipò al corteo popolare in suo onore gettando coccarde tricolori dalla carrozza. Nel 1797 cucì di sua mano la grande bandiera della Repubblica bresciana, sulla quale, in una famosa riunione avvenuta il 17 marzo nel palazzo del padre, vi fu il giuramento degli insorti che il giorno seguente si impadronirono del Broletto e vi issarono il vessillo. Accesa dai nuovi ideali, e dall’amore clandestino per il generale Gioacchino Murat, nel dicembre dello stesso anno abbandonò la casa del marito alla volta di Parigi, per consumare una passione dalla breve durata ma che avrebbe a lungo infiammato le cronache locali. Riaccolta dal Ghirardi, venne ammirata dal giovane Stendhal, giunto a Brescia come tenente di cavalleria nel 1801, e che l’avrebbe più volte rievocata sia nei testi autobiografici che nelle finzioni letterarie (ad esempio ne La certosa di Parma); venne adulata e probabilmente amata anche da Pétiet e negli anni della Repubblica Cisalpina la sua bellezza diede lo spunto a diversi artisti per formidabili ritratti (oltre ad Appiani si ricordano le miniature con il suo profilo di Giovanni Battista Gigola – la più importante delle quali si conserva oggi a New York al Metropolitan Museum of Art –, e un bellissimo Ritratto con la figlia Carolina da parte del pittore trapanese Giuseppe Errante). L’irrequietezza, la libertà intellettuale, gli appassionati carteggi: tutto concorre a definire la figura di Francesca come un simbolo della poetica protoromantica che di lì a poco avrebbe nutrito la letteratura in ogni angolo d’Europa. Persino la sua fine è coerente col personaggio: Francesca muore a trentatré anni, probabilmente a causa di una malattia polmonare, e spira nel suo letto della villa di Montirone, nel luogo ovvero in cui dieci anni prima era sorto l’amore con Murat.

Per descrivere il ritratto in esame possiamo riportare un famoso passo de La vita di Napoleone di Stendhal, dedicato appunto a ‘M.me Gherardi’, a qualche anno di distanza dalla sua prematura scomparsa: “l’essere più seducente e i più begli occhi che si siano forse mai visti: la signora Gherardi di Brescia, sorella dei generali Lechi e figlia di quel famoso conte Lechi, aveva forse i più begli occhi di Brescia, il paese dei begli occhi. Univa a tutto il genio di suo padre una dolce gaiezza, una semplicità autentica, non alterata mai dal minimo sospetto d’artificio”. Come Stendhal anche Appiani – qui ancor più che nell’immagine ufficiale e leggermente affettata del ritratto già di collezione Trivulzio –, intende evidenziare il carattere sincero e passionale della bella aristocratica. I capelli raccolti, che tuttavia le scendono sulla fronte e sull’orecchio liberandosi dalla legatura; i grandi e magnetici occhi neri; la semplicità di un décolleté casto, eppure intriso di erotismo più ancora di quanto non sia il seno nudo della miniatura ad opera di Gigola; i pendenti con perle oblunghe che ricordano quelli delle Veneri della pittura rinascimentale e barocca: molteplici dettagli danno vita ad un’immagine informata dal medesimo spirito ardente che troviamo nelle lettere della contessa Lechi e negli episodi della sua movimentata esistenza. Appiani pare consapevole di dover fissare in eterno una bellezza che per sua stessa natura è fuggevole e ‘guarda altrove’ nel tempo, come appunto gli occhi dell’indomita Francesca. È l’aspirazione al sublime della poetica del Romanticismo il tramite tra la naturalezza delle immagini e la coscienza storica connessa con la nuova idea del genere ritrattistico. Come accade ai caratteri dei personaggi nelle pagine più intense di Stendhal e Goethe, il ritratto ad un tempo scava nel profondo nell’anima e tramanda esempi alla storia. E l’immagine lasciata da Appiani della contessa Lechi è una delle testimonianze più vivide degli alti ideali della stagione che avrebbe cambiato per sempre le sorti della storia umana.

 

 

Chiedi informazioni