Francesco Tironi

(Venezia 1745 - 1797 Venezia)

Venezia, Veduta del Canal Grande con il Ponte di Rialto e il Palazzo dei Camerlenghi, c. 1765

olio su tela, 36,5 x 84 cm (14.37 x 33.07 inches)

  • Riferimento: 777
  • Provenienza: Collezione privata
Descrizione:

Alcune incertezze permangono sulla vita di Francesco Tironi, a cominciare dai dati anagrafici che non sono chiari, nonostante le ricerche di Dario Succi(Francesco Tironi ultimo vedutista del Settecento veneziano, Azzano Decimo 2004) e le precisazioni di Lino Moretti (Francesco Tironi, in Canaletto. Venezia e i suoi splendori, catalogo della mostra [Treviso, Casa dei Carraresi, 23 ottobre 2008 – 5 aprile 2009], a cura di G. Pavanello e A. Craievich, Venezia 2008, pp.206-207).

C’è dunque ancora una storia aperta da raccontare e ci arrangiamo con le pochissime sigle autografe che ci ha lasciato, persino con delle etichette sopravissute dietro ai quadri, per trovare notizie indirette sul loro destino e sul pittore, che in ogni caso compare tra i protagonisti documentati del vedutismo venezia settecentesco.

Perciò fu tra i primi ad essere sorvegliato dai maestri degli studi novecenteschi: come altre volte, i tedeschi arrivarono per primi, se penso al saggio innovativo di Hermann Voss (Francesco Tironi. Ein vergessener venezianischer Vedutenmaler, in “Zitschrift für bildendeKunst”, LXVI, 1927-1928, pp. 266-270).

Anche questi nostri quadri, quando nel corso dell’Ottocento saranno entrati in qualche casa venendo da Venezia, avranno portato il peso della fama del Canaletto o del Guardi, tanto erano amati quei pittori, ma adesso ci è più facile attribuirli al vero autore: Francesco Tironi.

Le inquadrature, come vedremo a breve, sono tra gli scorci di Venezia più densi di memorie figurative;  sfondi in lontananza, con quinte monumentali di chiese ed edifici monumentali. Si rivelano allo sguardo dell’osservatore, che ne cattura all’istante l’essenza atmosferica, con l’esattezza dei particolari che si aprono alle architetture ma anche nella dimensione della vita. L’attitudine così felice e immediata a descriverla – che qui trova un’ulteriore originalità nel formato allungato –  porta a riconoscerci nella tranquilla atmosfera che il maestro, di là del mestiere, pare abbia saputo cogliere con vivacità sentimentale.

La premessa è doverosa poiché le vedute di cui parliamo conosce molte redazioni pittoriche, anche correlate a incisioni che, come in tanti altri casi, costituiscono il prototipo per altre derivazioni dipinte.

Pensiamo al lavoro con le vedute a stampa di Vincenzo Coronelli, di Domenico Lovisa, di Antonio Visentini, e fu lo stesso Francesco Tironi, in collaborazione con Antonio Sandi, a occuparsi delle ventiquattro illustrazioni dedicate ai Porti di Veneziae alle Isole;varcano la soglia della nostalgia della perdita, per così dire, dato che vennero alla luce con le spoliazioni napoleoniche, così come ci accorgiamo, nella luce del rimpianto che coglie proprio lo sguardo di Tironi, dell’autore a cui pensiamo per queste opere.

Non era ancora passato il secolo e il maestro morì, quasi simbolicamente, nel 1797, l’anno della fine della Serenissima.

Grazie alle ricerche di Dario Succi (Francesco Tironi …, cit.), oggi sappiamo di più del pittore, all’altezza del virtuosismo della veduta settecentesca – per certi versi anche vittima –, arrivato, quasi, al punto di rottura dell’arte dell’illusione, della sospensione a volte enigmatica della tradizione veneziana.   

I dipinti certo non hanno l’impronta vitale della presa diretta, ma non la smarriscono, mostrandosi sensibili alla luce ferma propria della sensibilità settecentesca. E se per grandi categorie si è pensato di dividere il catalogo dell’artista in una più antica fase canalettiana e in un’altra maggiormente guardesca, per noi significherebbe che i quadri potrebbero stare sugli anni sessanta-settanta del Settecento. 

Aggiungo io che l’esplorazione di Francesco Tironi merita la valutazione di un terzo periodo, in cui lo stile si fa corretto e perspicuo, tipico della stagione neoclassica: luminosità dei cieli e la solita sospensione che richiamano le cose di Carlo Grubacs, nato invece al principio del nuovo secolo (La Venezia dei Grubacs, a cura di F. Magani, Treviso 2017).

Tipica di Tironi è la maniera di mettere in risalto l’arabesco cromatico degli edifici, rendendoli ricchi nell’espressione della tessitura, innervati di una bellezza tenera e delicata, propria, si direbbe, di una naturale malinconia che le varie macchiettenon scuotono. La profondità spaziale di forme nitide, solidificate da una luce commossa che intride i colori, è quella ravvisabile in altre sue sicure redazioni.

Ad esempio i soggetti – l’Isola di San Giorgio Maggiore e il Bacino di San Marco verso la Salute –che ancora Dario Succi ha messo in relazione con esemplari presenti nella collezione di Maffeo Pinelli (Il fiore di Venezia dipinti dal Seicento all’Ottocento in collezioni private, Gorizia 2014, pp.244-245), databili verso la fine degli anni sessanta.  

Già nell’ultima parte del Settecento dei giovani artisti avevano colto i vantaggi commerciali derivanti dall’imitazione di vedute veneziane di famosi maestri, Canaletto in testa,  e si erano dedicati a un’attività orientata a replicare gli angoli più famosi della città. Come, appunto, le nostre redazioni,avvicinate da un occhio mobile che non si cura del limite della ripetizione del soggetto,  affrontando il principio della variazione ottica e proponendo sempre nuovi scenari nel medesimo luogo, quasi fosse osservato attraverso la lente deformante di un grandangolo; o, al contrario, guardato da vicino, così da metterne in risalto il dinamismo.

Qui occorre accennare alle molte varianti di testi canalettiani che sono state prodotte nel tempo: si lavorava con scrupolo sugli scorci del grande vedutista veneziano ricorrendo, evidentemente, anche alle note incisioni.

La gara, già impegnata, con le invenzioni canalettiane pare incominciare col rientro definitivo del maestro a Venezia nel 1755, periodo che visse tra laterne vicende, certamente non all’altezza della fama che si portava da Londra.

La nostre pregevoli vedute si addentrano in profondità rappresentando l’omaggio alla tradizione del vedutismo locale fino al punto di toccarne anche i modi e i mezzi. Una tale determinazione investe cioè anche la sfera esecutiva propria del maestro, che ha voluto impostare la prospettiva architettonica utilizzando le superfici più compatte rese dall’olio, salvo poi segnarele forme con veloci acquerellature che confondono i profili rendendole paradossalmente più sfocate. L’approccio tecnico, di per sé singolare, trova il suo apice nella stesura delle figure – liquida e guizzante – che assumono consistenza svaporata, quasi a voler tramandare l’essenza dello spazio della memoria.

Tale sensibilità è accentuata anche dalla qualità tecnica del quadro – il formato ridotto e la velocità esecutiva di cui si è parlato – che risulterebbe addirittura sperimentale se non fosse collegata all’impronta di quelle occasioni di strada in cui rapidamente si realizzavano e vendevano simili dipinti.

L'artista adotta, come si diceva, un tradizionale taglio prospettico che favorisce il colpo d'occhio aperto con una accentuazione propria di un vedutismo alla Michele Marieschi; è sicuro, comunque, che l’impostazione generale derivi dalle acquaforti del Canaletto e di Visentini. 

Si tratta quindi di impressioni di spazi filtrati da strumenti di riproduzione che allontanano la veduta da un partecipe senso di verità, ma che non rinunciano a caricarla di consapevoli valori sentimentali.

La raccolta intitolata Urbis Venetiarum prospectus celebriores …(nelle edizioni del 11735 e del 1742) è la fonte visiva: il prospetto della Carità e ricavato da un esemplare del Canaletto (1730 ca) probabilmente commissionato dal console inglese a Venezia Joseph Smith: uno scorcio dagli orizzonti cristallini ben interpretati anche nell’incisione e pienamente intesi pure nella nostra opera. Più precisamnete l’acquaforte al numero III reca l’iscrizione Hinc ex Aede Charitatis, illinc ex Regione S. Vitalis usque ad Telonium.

Anche Francesco Tironi dà luogo alla personale redazione di un ideale diario veneziano, in cui dipinti di piccolo formato possono costituirsi in serie, così com’erano state pensate le acquaforti di Antonio Visentini rispetto agli originali del Canaletto. Vero fotogramma della suggestiva vita lagunare è anche questo dipinto che imita l’istantaneità del colpo d’occhio con una tecnica altrettanto immediata. 

L’altro frutto del suo impegno è la dialettica con i migliori esempi allora disponibili, già ben riconoscibile negli esiti di una veduta come il Ponte di Rialto con il palazzo dei Camerlenghi, al centro delle attenzioni anche di Francesco Guardi, ad esempio con l’esemplare dell’Alte Pinakothek di Monaco. 

Ma è ancora una volta il Canaletto il modello di Tironi. Il maestro veneziano aveva affrontato lo scorcio in dipinti eseguiti tra il quarto e il sesto decennio del Settecento, eppure l’incisione intitolatata Pons Rivoalti ad Occidentem, cum Aedibus Publicis utrique Lateri adjectisiniziava la seconda parte della serie pubblicata da Antonio Visentini nel 1735.

Potrà essere utile rammentare come tali prospettive ebbero una nuova tiratura nel 1763 col Brustolon, Prospectuum Aedium Viarumque, aspetto da considerare per nuove attenzioni su quel repertorio, che per noi potrebbe essere buona traccia per circoscrivere di più la datazione dei nostri dipinti.   

Se il volto settecentesco di Venezia spetta all’immagine che ne diede l’occhio prensile del Canaletto, esso continuò ad essere riprodotto con modalità al limite della riproduzione tecnicagià prima che la stampa colorata e la fotografia soppiantassero il mercato del dipinto. 

Il turista curioso, ancora durante la prima metà dell' Ottocento, amava il souvenirdi viaggio con lo spirito disimpegnato col quale si rifletteva anche nei comportamenti quotidiani. 

Ma anche Tironi pare cogliere al volo un gusto parallelo, e produce delle immagini di piccolo formato, per questo molto veloci e pratiche nell' esecuzione, quasi a voler soddisfare la sensibilità del turista borghese, sintetizzando l’immagine di Venezia nella sua dimensione più distesa e caratteristica. 

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