Cecco Bravo

(Firenze 1601 - 1661 Innsbruck)

Arianna Abbandonata da Teseo, c. 1640

olio su tela (tela originale), 40 x 60 cm (15.75 x 23.62 inches)

  • Riferimento: 731
  • Provenienza: Collezione privata
Descrizione:

In questa deliziosa tela una giovane figura femminile è adagiata in primo piano su un letto foderato di rosso; ha gli occhi chiusi e dorme appagata, coperta solo da un leggero panno trasparente che le avvolge le gambe lasciando scoperto il seno. Il suo amante scarmigliato dopo la notte d’amore è colto mentre fugge di soppiatto, sforbiciando una gamba muscolosa fuori dalla tenda che funge da quinta scenica e si apre lasciando intravedere, sulla destra, un veliero pronto a salpare.  

Nell’ignara sventurata si riconosce la figlia del re di Creta Minosse, Arianna, la quale fu coinvolta nella spedizione del giovane ateniese e coraggioso Teseo contro il celebre Minotauro, nato dall’unione di Pasifae, moglie di Minosse, e dal toro bianco sorto dalle acque per volontà di Poseidone come buon auspicio per il nuovo regnante. Ogni anno sette fanciulle e sette giovani ateniesi venivano inviati per essere sacrificati all’orrido mostro nel labirinto di Cnosso, costruito dall’ingegnoso Dedalo. 

Giunto nell’isola di Creta per porre fine a quell’inutile sacrificio, Teseo si rivolse ad Arianna alla quale dichiarò il proprio amore. Innamoratasi perdutamente a sua volta del giovane impavido, la principessa chiese consiglio a Dedalo che le suggerì di legare all’ingresso del labirinto un filo che sarebbe stato dipanato via via che si procedeva per essere riavvolto al ritorno in direzione dell’uscita. Dopo aver portato a termine l’impresa e avere ucciso il Minotauro, Teseo fuggì da Creta insieme ad Arianna, approdando all’odierna Naxos. Lì, dopo aver consumato il proprio amore, abbandonò la principessa sulla spiaggia che al suo risveglio, disperata per la partenza dell’amato, fu recuperata e consolata da Bacco. 

La vicenda di Arianna fu particolarmente cara ai pittori fiorentini sin dal Rinascimento che la trasposero più volte in immagine dai tempi di Lorenzo il Magnifico, autore della celebreCanzone di Bacco. 

Nella pennellata veloce e vibrante del nostro dipinto riconosciamo l’estro inconfondibile di Francesco Montelatici, detto Cecco Bravo,  protagonista del Seicento fiorentino accanto a Sebastiano Mazzoni, con lo stile del quale è stato spesso equivocato, e, al tempo, tra i massimi esponenti di una pittura controcorrente e di fronda che seppe approdare ad esiti modernissimi. 

Menzionato en passant dal biografo Filippo Baldinucci tra gli allievi di Giovanni Bilivert, Cecco fu affascinato, negli anni trenta, dal maestro Francesco Furini, la cui lezione è palese anche nella nostra Arianna abbandonata da Teseo.Ma oltre al maestro appare indubbia l’ammirazione per Tiziano, ulteriore indizio di un probabile viaggio di Montelatici alla volta dell’Italia settentrionale, compiuto alla metà del quarto decennio, per studiare direttamente la pittura veneta e correggesca. I confronti ineccepibili con l’opera di Mazzoni fanno ipotizzare che i due colleghi fiorentini abbiano continuato a frequentarsi in laguna.  

Nel dipinto in esame, alcuni retaggi della fase giovanile sono ancora scoperti nel procedimento narrativo prediletto da Cecco, impiegato per esempio in opere degli anni trenta quali la Semiramide (Prato, Museo Civico), che fa del secondo piano uno spazio congeniale a far proseguire la narrazione. L’effetto di straniamento temporale che ne deriva, come anche nell’Arianna abbandonata da Teseo,opera una sensibile, quasi impercettibile, distinzione tra l’interno, limitato nel nostro caso dal tendaggio, e l’esterno, con lo sciabordio del grande imbarcadero che già pare percepirsi in sottofondo. 

L’opera trova confronti diretti conl’Angelica e Ruggero di Chicago (The David and Alfred Smart Museum of Art, The University of Chicago) dove è analogamente trattato l’isolamento formale dei due personaggi che si profilano l’uno in ombra e l’altra in piena luce stagliati contro il cielo velato da nebbie azzurrine. L’incarnato di Angelica, con i piccoli seni maturi e la posa mutuata dalla statuaria antica, non per meditazione diretta bensì attraverso il filtro dei modelli furiniani, richiama la nostra Arianna, così come la pettinatura “scapigliata” di Ruggero che si spande come un soffione nell’atmosfera similmente a quella di Teseo. A ragione della stessa stesura di getto disinvolta, ci pare che la nostra opera sia coeva al dipinto di Chicago, ascrivibile al quinto decennio del secolo. 

Cecco si trova ad un passo dall’Ulisse e Nausica di Houston ritornato di proprietà della Galleria Canesso a Parigi dopo un passaggio nella collezione Haukholl in Texas, che ricorda l’andamento compositivo con il tendaggio sulla sinistra e il nudo allungato di Nausica, ma già impiega una pennellata franta e singhiozzate nell’avvenuto compimento del disgregarsi delle forme.    

                                                                                     

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