Giuseppe Canella

(Verona 1788 - 1847 Firenze)

Madrid, Veduta del Palazzo Reale e Francisco el Grande, 1823

Olio su tela, 24,2 x 32,9 cm (9.53 x 12.95 inches)

  • Riferimento: 707
  • Provenienza: Sotheby’s Londra, 25 novembre 1987, lot 2
  • Note:

    Firmato e datato 1823

Bibliografia:

F. Dal Forno, Note per un catalogo di Giuseppe e Carlo Canella, in “Verona illustrata”, 2001, p. 75 (as ‘View of Escorial Palace’)

P. Rosazza Ferraris, Otto dipinti di Giuseppe Canella già nella collezione Praz, in “Verona illustrata”, 2004, p. 127, note 2

Descrizione:

L’antica cittadella della collina di Los Austrias a Madrid è descritta dal basso, dalla zona oltre il Manzanarre dove ora vi è il grande viale del Paseo de Extremadura, ma che ancora all’inizio del XIX secolo era in larga parte lasciata a pascolo. A delimitare il confine settentrionale e quello meridionale della collina, ovvero l’area della città-fortezza costruita dagli arabi nel IX secolo, vi sono i profili del Palacio Real – sorto nel luogo dove un tempo vi era il Real Alcázar – e della chiesa di San Francisco el Grande. Si tratta di due edifici dalla valenza simbolica capitale per la città: il Palacio Real è la residenza ufficiale della monarchia spagnola, mentre la chiesa di San Francisco el Grande era la fondazione francescana sulla quale i Borbone avevano concentrato il loro interesse dinastico con il proposito di farla diventare il luogo sacro scelto per la loro sepoltura.

L’insediamento della monarchia borbonica all’inizio del Settecento aveva dato luogo a una politica di forte rinnovamento sul piano edilizio per la città di Madrid, e tale fervore aveva comportato l’arrivo in Spagna di grandi architetti italiani e francesi. Era stato Filippo Juvarra l’incaricato per il progetto di riedificazione del Palacio Real (l’antico palazzo, con strutture in legno aveva subito un rovinoso incendio nel 1734), terminato poi, entro la metà degli anni ’60, dagli allievi Giovanni Battista Sacchetti e Francesco Sabatini. Nella stessa fase si lavorava alla nuova edificazione della basilica reale di San Francesco, terminata nel 1784 con l’innalzamento della cupola. Nella famosa veduta di Antonio Joli con Il Palacio Real visto dal Manzanares (Napoli, Palazzo Reale), realizzata dal pittore modenese attorno al 1750, è evidente come il palazzo fosse ormai in via di ultimazione mentre non vi è ancora traccia della chiesa[i]. Del resto, a partire dalla fine del Seicento, la collina collocata oltre il ponte di Segovia era diventata il punto di osservazione privilegiato per i vedutisti che volevano descrivere la città antica, e, attraverso le tele da loro realizzate, in larga parte oggi raccolte presso il Museo de Historia di Madrid, è possibile valutare il progressivo sviluppo delle fondazioni monumentali. Nella tela qui esposta, datata 1823, siamo alla fine di questa fase di fervore edilizio. La città si stava già allargando alle campagne circostanti e lo sguardo del pittore indugia sulla cittadella per rimarcare una continuità con la tradizione dei vedutisti settecenteschi.

La tela è firmata dall’artista veronese Giuseppe Canella: si tratta di uno dei vedutisti più interessanti della prima metà del XIX secolo, attivo pure come scenografo e architetto[ii]. Sulla base dell’autobiografia manoscritta – documento che fino a pochi anni fa si conservava presso la Biblioteca d’arte del Castello Sforzesco a Milano[iii] - è possibile ripercorrere l’itinerario degli spostamenti che lo portarono ad essere uno dei paesaggisti italiani più conosciuti in Europa: si formò tra Mantova e Venezia, a contatto con i capolavori del rinascimento e le celebri vedute di Canaletto e Guardi[iv]. Nel 1820 partì dalla laguna alla volta della Spagna e tre anni più di tardi di Parigi, dove ai Salons le sue opere furono acquistate dal duca d'Orléans (più tardi Luigi Filippo re di Francia). Nel 1832, pur continuando a viaggiare per l’intero continente, decise di stabilirsi a Milano: è questa l’epoca degli incarichi istituzionali presso l’Accademia di Brera – già in gioventù aveva presentato dei paesaggi all’Accademia che avevano riscosso unanime consenso – come pure del plauso alle sue capacità di paesista nelle esposizioni di Vienna e Berlino.  Canella morì a Firenze, in uno dei suoi frequenti spostamenti, nel 1847 all’età di 59 anni.

Se i paesaggi sono stati certamente l’aspetto della sua attività cui si è dedicata con maggiore attenzione la critica moderna, le opere più apprezzate da parte dei contemporanei di Canella erano le vedute: fa fede di questo assunto il fatto che molte vedute di Madrid, Parigi, Rouen e Milano, attraverso legati ottocenteschi, siano entrate in alcune delle collezioni museali più importanti d’Europa: un dipinto su rame, speculare nella scelta del punto di vista alla tela qui presentata, è oggi al Museo de Historia di Madrid, come pure conserva opere di Canella, con mirabili ritratti dei ponti parigini, il famoso Musée Carnevalet della capitale francese. In Italia le sue tele furono assai apprezzate e raccolte dall’amico collezionista Paolo Tosio che le trasmise in eredità alla città di Brescia (oggi si conservano presso i Musei di Santa Giulia), ma non manca una splendida prospettiva della Corsia dei Servi a Milano che si può ammirare alla Galleria d’Arte Moderna[v]. In queste prove Canella denuncia la sua formazione sui testi pittorici di Canaletto, ma anche un aggiornamento cromatico e luministico di stampo ottocentesco che prende le mosse dal confronto con lo stile di Giovanni Migliara. Per questo più autentiche per Canella appaiono le prove su tela: come si può notare dal confronto tra il dipinto esposto e il rame con lo stesso soggetto conservato a Madrid, laddove l’artista si misura con la pittura di tocco, i suoi riferimenti appaiono Francesco Guardi e Bison e l’intonazione è quella di un’elegia fuori dal tempo dell’attualità; nelle tele invece le figure prendono consistenza e, pur non mancando nell’abbigliamento dei richiami ai tempi passati, l’attenuazione dei contrasti e la luce diffusa che descrive con esattezza ogni dettaglio donano alla veduta un senso di realtà, che doveva certo impressionare gli amatori d’inizio Ottocento e continua ancor oggi ad affascinare i nostri occhi. L’abilità di scenografo è evidente dalla scelta – rispetto al modello di Joli che del resto era canonico nella raffigurazione della cittadella di Madrid – del punto di vista ribassato: in questo modo i viandanti collocati in primo piano diventano attori in scena e l’area monumentale si presenta come un fondale suggestivo davanti al quale continua a svolgersi lo spettacolo della vita quotidiana. Inoltre, come un secolo prima era avvenuto nell’arte di Michele Marieschi, l’importanza data alle fisionomie delle figure permette a Canella di reiterare in più redazioni la stessa veduta senza per questo dare luogo a semplici repliche. Nelle varie stesure che si conoscono di sua mano di questa stessa prospettiva – alcune come il dipinto qui presentato furono realizzate quando il pittore viveva a Madrid e hanno quindi il valore della schiettezza; altre, più numerose, vennero eseguite nel corso dei soggiorni a Parigi e a Milano e testimoniano la fortuna di questo soggetto fino alla metà degli anni ’30[vi] – ricorrente e l’escamotage di presentare il ponte di Segovia, con le sue grandi arcate, attraversato da carri e carrozze: è una chiara allusione al lento trascorrere dell’esistenza, che pare essere il motivo fondamentale di tutte le vedute di Canella. Le strade sterrate di Madrid come i giardini di Montmartre, il lungosenna presso Pont-Neuf come i panorami al Lario o al Lago di Garda acquistano valore solo in ragione della vicenda umana di chi abita quei luoghi; lo spirito romantico e antropocentrico che trova in questa stessa epoca nei romanzi europei la sua più alta espressione pare sovrintendere anche all’indagine minuziosa delle vedute di questo artista, abile autore di prosa di storie vergate sulla grana della tela.

 



[i] V. de Martini, in Antonio Joli tra Napoli, Roma e Madrid, a cura della stessa, catalogo della mostra (Caserta), Napoli 2012, pp. 20-21, n. 2.

[ii] Su Giuseppe Canella si veda: M. Pittalunga, Note sul pittore Giuseppe Canella, in “Antichità viva”, 1972, 6, pp. 34-44; A. Bovero, voce Canella, Giuseppe, in Dizionario Biografico degli Italiani, XVIII, Roma 1975, pp. 2-3; Giuseppe Canella 1788-1847. Paesaggi e vedute dai Musei Civici di Brescia, a cura di M. Mondini, catalogo della mostra, Brescia 1994; F. Dal Forno, Note per un catalogo di Giuseppe e Carlo Canella, in “Verona illustrata”, 2001, pp. 69-76; Corot e Canella. La nostalgia del lago, catalogo della mostra, Riva del Garda 2008.

[iii] Il manoscritto, che risulta oggi irreperibile in quanto rubato, è stato trascritto ed edito da Roberto Bassi Rathgeb: R. Bassi Rathgeb, Il pittore Giuseppe Canella, Bergamo 1945, pp. 13-17.

[iv] Sulla formazione: R. Margonari, Giuseppe Canella a Mantova, in “Civiltà mantovana”, 1997, 104, pp. 130-148; C. Tellini Perina, Gli esordi di Giuseppe Canella, in “Paragone”, 45, 2002, pp. 3-16.

[v] S. Bietoletti, M. Dantini, L’Ottocento italiano. La storia, gli artisti, le opere, Firenze 2002, p. 47.

[vi] Va segnalata fra le redazioni più tarde la tela già di collezione Mario Praz a Roma (datata 1832): il dipinto è stato reso noto in un contributo da Patrizia Rosazza Ferraris, che fa riferimento come termine di confronto proprio alla tela qui esposta: P. Rosazza Ferraris, Otto dipinti di Giuseppe Canella già nella collezione Praz, in “Verona illustrata”, 2004, p. 127, note 2.

Chiedi informazioni